Il Pd mobilita gli iscritti sul referendum Atac

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Non è vero che siamo chiamati a scegliere sulla privatizzazione di Atac, come vi raccontano per spaventarvi con l’ultima fake news

Non è il 10 novembre – quella della prevista decisione del tribunale sull’imputata Virginia Raggi – come tutti credono, la data cruciale sul futuro di Roma. Ma il giorno successivo – l’11 novembre – quando, purtroppo nel disinteresse dei mezzi di informazione e nell’indecente campagna di silenziamento decisa dal Campidoglio, si celebrerà il referendum promosso dai radicali per la messa a gara del trasporto pubblico romano oggi disastrosamente gestito da Atac.

Quando, ormai quasi un anno e mezzo fa, con un piccolo ma testardo gruppo di amici del Partito Democratico tra cui Walter Tocci, Roberto Giachetti e Athos De Luca abbiamo deciso di sostenere e di partecipare alla raccolta di firme la situazione dell’azienda di trasporto pubblico della Capitale non era grave quanto oggi. Atac non era ancora arrivata davanti al giudice fallimentare, il mancato mantenimento degli obiettivi minimi previsti dal contratto di servizio non era ancora così conclamato (basti pensare che mentre la città cresce, il servizio offerto da Atac decresce: il contratto di servizio per i quali i romani pagano di tasca loro prevede 101 milioni/km annui, Atac non arriva ad erogare 84 milioni/km. Solo nel 2000 erano 120 milioni/km annui), il record di bus incendiati di sempre non era ancora stato tagliato (uno ogni dieci giorni: salire su un autobus a roma è ormai più rischioso di uno sport estremo).

La consapevolezza della situazione è pero cresciuta in città al punto che quella consultazione si sta gioco forza trasformando in una consultazione su Virginia Raggi e il suo operato.

Proprio per questo ha fatto benissimo e merita tutto il nostro plauso il nuovo Pd di Roma che, grazie all’impegno del segretario Andrea Casu, ha deciso di cogliere questa opportunità e di non stabilire la posizione del partito nelle stanze della segreteria ma lasciando la decisione agli iscritti. E proprio in questo fine settimana, i militanti romani sono convocati nei circoli, contestualmente al voto per l’elezione del nuovo segretario regionale, anche per prendere posizione con un si o un no anche sul quesito referendario. Una grande occasione di partecipazione: il primo referendum tra gli iscritti fatto a livello nazionale, uno strumento previsto dallo statuto del PD e mai utilizzato prima. Un’occasione per maturare una decisione condivisa e per contribuire alla discussione della città: i nostri circoli aperti per una volta per una conta sui temi, non sui nomi. E io sono fiducioso che già in quella consultazione, prima che in quella cittadina, prevalga il si. Sì alla gara pubblica, come nel dna dei democratici da sempre, si alla difesa degli interessi degli oltre due milioni di romani che utilizzano i mezzi pubblici insieme a quelli di chi in Atac lavora e non merita di farlo in queste condizioni.

Sarà una consultazione anche sulla Raggi, perché mentre il quesito referendario fa una domanda quasi ovvia ai romani chiedendo loro se nella gestione di Atac vogliono che sia rispettata la legge che prevede la messa a gara della gestione nel 2019 è proprio la Raggi che contro quella legge e contro gli interessi dei romani è andata, scegliendo di non rispettarla. Ed è sempre la Raggi che ha deciso di non far sapere ai romani della consultazione dopo averla boicottata e rinviata più volte: che paradosso, la sindaca della democrazia diretta che cerca di affossare il primo referendum consultivo che ha raggiunto il numero di firme necessario per essere celebrato. Ed è ancora la Raggi che ha schierato il #M5S a Roma per il No, passando dalla voglia di cambiamento alla difesa dello status quo. Tutte ottime ragioni, oltre il merito, per scegliere di votare e per votare Sì. Anche contro le bugie.

Perché non è vero che non si può cambiare e che Roma è condannata a rimanere la città italiana con le tasse più alte e i servizi peggiori. Atac non è sempre stata in queste condizioni: gli interventi dei primi anni 90, il radicale cambio del parco mezzi e gli investimenti fatti in quegli anni sono ciò che consente all’azienda di reggersi ancora in piedi. Così come gli interventi di risanamento dei conti e di cambio dei dirigenti, avviato con Marco Rettighieri  hanno permesso la tenuta fino ad oggi. Cambiamenti immediatamente cancellati dal M5S appena arrivato in Campidoglio, ripristinando un sistema consociativo dirigenziale e sindacale che guida la politica, invece di essere guidato dalla politica e produce sprechi, ruberie, inefficienze.

Non è vero che siamo costretti ad un disservizio perenne e a rischiare la vita per esercitare il principale diritto democratico in una città: quello alla mobilità. Non è vero, sopratutto, che siamo chiamati a scegliere sulla privatizzazione di Atac, come vi raccontano per spaventarvi con l’ultima fake news, perché la paura è l’unica arma di consenso che conoscono. Noi non vogliamo la privatizzazione del Tpl romano. Vogliamo una sana liberalizzazione che permetta anche ad Atac di risanarsi e di mettersi in condizioni di sana concorrenza con altri player pubblici e privati, garantire gli obiettivi previsti dal contratto di servizio per gli utenti, tutelare i lavoratori (non i dirigenti). Il comune che regola e controlla. E la gestione affidata a chi è in grado di garantirla in una gara pubblica europea.

Come è possibile che avvenga così in tante città italiane e a Roma sia un tabù? Come è possibile che l’ATM di Milano, assolutamente pubblica, possa vincere le gare per la gestione del tpl in altre città europee e roma sia condannata al carrozzone municipalizzato?

Non nascondiamo la realtà, la gestione efficiente di un’azienda di trasporto pubblico in una città grande come Roma, con l’estensione record e disordinata che ha, è molto complicata e costosa. Ma è ormai evidente che il monopolio è una delle ragioni di inefficienza, con i disservizi che come su tutto il resto, si scaricano sopratutto sulle zone delle periferie, sui quartieri più lontani dal centro, sulle fasce più fragili della popolazione.

Come è evidente che il fallimento di Atac è il paradigma di una città in ginocchio su ogni fronte, abbandonata a se stessa. Una città che ha bisogno di uno shock.

Il 10 novembre sapremo se la Raggi ha commesso o meno un reato. L’11 sapremo se  – con il loro Sì – i romani avranno deciso di dire basta non solo alla disastrosa gestione dei trasporti pubblici della Capitale, ma di tutti i servizi erogati dal Campidoglio. E più in generale alla più disastrosa e incapace amministrazione che Roma ricordi.

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