Dire sì al referendum Atac per dire no alla Raggi

Focus

Atac è il paradigma di una città in ginocchio. La vittoria dei sì equivarrebbe a una condanna politica per l’attuale amministrazione

Con un risultato inaspettato e una bella partecipazione, il referendum tra gli iscritti del Partito Democratico di Roma, che anticipava i quesiti del referendum sulla liberalizzazione del trasporto pubblico nella Capitale sui cui i romani voteranno il prossimo 11 novembre, è stato un successo e ha visto una larga vittoria del Sì con oltre il 62 per cento dei voti.

Si tratta di un segnale molto positivo, di innovazione e coraggio.
Intanto perché il nuovo gruppo dirigente del pd romano, guidato dal segretario Casu, ha avuto il coraggio di dare attuazione ad uno strumento previsto dallo statuto del nostro partito e che in undici anni di storia non era mai stato utilizzato, probabilmente per sfiducia nei confronti dei nostri stessi militanti. E invece questi, per una volta, sono stati chiamati a scegliere su dei temi anziché su dei nomi.

Poi perché la scelta di puntare -al contrario della Raggi e del M5S – su rispetto della legge, liberalizzazione, gara europea per affidamento della gestione di un servizio che Atac ad oggi non è in grado di garantire è una scelta profondamente riformista, iscritta nel nostro dna, naturale per i democratici. Non una cattiva privatizzazione, ma una liberalizzazione che sia lo shock che permetta di porre fine ad una condotta che ha messo Atac in ginocchio portandola davanti al giudice fallimentare.

Un’azienda sull’orlo del collasso che viola quotidianamente il contratto di servizio, che ha stabilito il record nel 2018 di mezzi incendiati, che ogni anno eroga meno km di servizio – al contrario di quello che servirebbe ad una città che cresce sempre di più – e che è governata sempre dagli stessi dirigenti che cambiano tessera di partito e da filiere di potere e consenso che hanno dato vita a tante opacità rendendo comunque la gestione sempre più inefficiente.

Infine perché un successo del referendum promosso dai radicali e per il quale io, insieme a diversi esponenti Pd, da Walter Tocci a Luciano Nobili, ho contribuito a raccogliere le firme ormai un anno e mezzo fa, sarebbe davvero una pesante sentenza politica sull’amministrazione di Virginia Raggi.

Una condanna politica, ben più grave di una eventuale condanna giudiziaria.
La stessa Raggi che ha deciso di silenziare ogni notizia sulla consultazione dopo averla boicottata e rinviata più volte: che paradosso: la sindaca della democrazia diretta che cerca di affossare il primo referendum consultivo che ha raggiunto il numero di firme necessario per essere celebrato!

Nelle prossime ore, con il partito democratico di Roma e con tanti esponenti nazionali, ci metteremo al lavoro affinché sia possibile raggiungere il quorum e far vincere il sì l’11 novembre.
Non sarà certo l’automatica soluzione dei problemi del Tpl romano, ma certo una richiesta fortissima di cambiamento sulla mobilità e non solo. Perché il fallimento di Atac è il paradigma di una città in ginocchio su ogni fronte, abbandonata totalmente a se stessa.

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