Come funzionerà il referendum propositivo

Focus

Ci sono alcune criticità nel testo approvato in Commissione riguardante il referendum propositivo: in primis una sorta di diktat al Parlamento

Il testo inserisce nell’articolo 71 della Costituzione una particolare iniziativa legislativa popolare che si aggiunge a quella odierna che continua ad esistere e che scatta con 50 mila firme.

Questa nuova, invece, scatta sulla base di 500 mila firme. E’ su leggi ordinarie e mette in mora le Camere nel senso che se esse non la approvano entro 18 mesi su di essa si svolge un referendum propositivo, a meno che i promotori non rinunzino e che la Corte non lo giudichi ammissibile dopo le prime. Già a questo stadio emergono criticità.

In particolare il meccanismo è molto rigido perché a differenza dell’abrogativo c’è una sorta di diktat al Parlamento: o lo approvi così com’è oppure solo noi possiamo bloccare il referendum. Invece nell’abrogativo se la legge del Parlamento va nella direzione del quesito, anche se la recepisce con una certa flessibilità, è un organo terzo, la Cassazione, che decide se il referendum si fa lo stesso oppure no. Il primo grave problema è quindi la rigidità e la spinta ad andare verso una contrapposizione col Parlamento anche quando non ce ne sarebbe bisogno.

Poi nell’abrogativo, dove si tolgono solo norme, è logico che ci sia in via preventiva solo un controllo di ammissibilità, mentre quello sulla normativa di risulta si svolge dopo perché limitandosi a togliere norme le possibilità di incostituzionalità sono limitate. Qui invece bisognerebbe fare prima un serio controllo preventivo, invece il parametro di controllo è debole (non tutta la Costituzione, ma solo principi e diritti fondamentali) e i limiti non sono stringenti (si può fare anche su leggi di spesa e anche in materia penale). Il secondo grave problema è quindi l’assenza di un serio controllo preventivo e di limiti rigorosi per le materie più soggette a rischi di deriva populista.

Ogni referendum che si svolge vuole dare all’elettore la scelta tra due o tre possibilità. Se il Parlamento non ha elaborato un suo controprogetto è tutto semplice e si vota tra proposta popolare e status quo. Se invece il Parlamento ha votato un suo controprogetto il testo ti vuol far scegliere tra status quo, proposta popolare e controprogetto parlamentare. Le modalità sono molto contorte: prima voti se vuoi lo status quo o il testo popolare; poi se vuoi lo status quo e il controprogetto parlamentare. Se ha vinto lo status quo su entrambi i quesiti non cambia nulla; se vince solo un progetto di riforma passa quello e basta. Se invece hanno vinto tutti e due i progetti di cambiamento, chi ha dato un doppio Sì deve scegliere quale preferisce e vince quello.

Se siete sopravvissuti a questo rompicapo, criticabile da vari punti di vista, anzitutto della sua comprensibilità, vi potreste chiedere: ma perché non semplificare le cose? Perché presentare tre possibilità? Se il Parlamento ha fatto un controprogetto non varrebbe la pena di vedere (come già accennato sopra) se è andato nella stessa direzione e di non fare il referendum? Se invece è andato in direzione opposta, ma ha superato lo status quo, non varrebbe la pena solo in quel caso di mettere in alternativa solo quei due testi? Il terzo grave problema è quindi l’estrema complessità del sistema di voto.

Per stabilire chi vince, al di là del fatto che i Sì debbano battere i No, in origine non era richiesto nessun quorum. In Commissione (prima importante riduzione del danno) abbiamo fatto inserire in quorum di approvazione, non di partecipazione: i Sì devono essere almeno il 25% dell’intero corpo elettorale, ossia circa 12,5 milioni. E’ un quorum significativo che spinge chi è contrario a battersi per il No invece che spingere sull’astensione. Basti pensare che la proposta storica del centrosinistra era un quorum di partecipazione della metà più uno dei partecipanti alle precedenti Politiche. Se alle Politiche avesse votato il 74%, con quel sistema il quorum di partecipazione sarebbe stato del 37, il che vuol dire che ad esempio il Sì avrebbe potuto vincere rappresentando il 20 contro il 17, ossia 5 punti percentuali di meno. Per di più abbiamo allineato anche il quorum dell’abrogativo al 25%, altrimenti nessuno avrebbe fatto più ricorso all’abrogativo perché sarebbe rimasto con un quorum più difficile.

Molte scelte, per non appesantire il testo, vengono poi necessariamente rinviate a una legge di approvazione. In origine era previsto che fosse solo una legge ordinaria, in Commissione (seconda importante riduzione del danno) abbiamo fatto alzare il quorum alla maggioranza assoluta di Camera e Senato, sull’esempio delle legge costituzionale 1/2012 sulla stabilità di bilancio e della successiva legge 243/2012.

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