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La giustizia come priorità. Ecco le riforme possibili

Poche cose sono preziose per la tutela della comunità come l’accertamento delle cause e delle responsabilità personali rispetto ai delitti che attentano alla vita e al patrimonio dei suoi membri.

Non possiamo che essere grati alla magistratura e alla polizia giudiziaria per questo servizio prezioso svolto non di rado in circostanze molto complesse e che in non pochi casi ha richiesto un tributo di sangue da parte di generosi servitori dello Stato.
La cronaca, tuttavia, ci racconta che, in circostanze che non vorremmo si verificassero neppure eccezionalmente, la fase preziosa dell’accertamento della verità del fatto sia stata invalidata da pressioni indebite nei confronti delle persone convocate per rilasciare sommarie informazioni testimoniali, persone non oggetto di indagine, ma in qualche modo tali da poter riferire sui fatti e sulle loro circostanze, persone che proprio per questa loro prossimità rischiano di trovarsi nella striscia grigia che separa il non indagato dalla scomoda dimensione dell’indagato.

Non è arduo comprendere come basti accennare alla labilità di questa striscia, alla facilità con cui si potrebbe finire sotto processo per influenzare lo stato d’animo del cittadino che, pure, dovrebbe solo aiutare le istituzioni a fare luce. Ma come può dare luce una persona che avverte su di sé l’incombere della tenebra, come può favorire l’emersione di circostanze oggettive chi soggettivamente in un momento eccezione vive con soggezione il confronto con l’autorità che anche solo con mezze parole o con cenni può alludere al baratro in cui rischia di precipitare.

L’antidoto che avrebbe dovuto salvare la persona da questo veleno è il verbale che viene firmato al termine del colloquio; ma il verbale non è il colloquio, ma una sua ricostruzione piatta e sterilizzata da ogni vizio.

Oggi abbiamo bisogno di un rimedio migliore e utile a tutti: la videoregistrazione degli interrogatori, che è la sola garanzia che tutto quello che viene fatto e detto nel corso delle testimonianze sia pienamente rispettoso delle leggi e delle garanzie inviolabili di ogni cittadino.

Si tratta di una riforma urgente e necessaria rispetto alla quale questo nostro Paese è in ritardo. Negli Stati Uniti questa misura è stata proposta e adottata da tempo e in modo crescente, coinvolgendo negli anni un numero sempre maggiori di stati. Al riguardo voglio ricordare un precedente illustre che coinvolge il presidente Barack Obama che nel 2003 da membro del Senato dell’Illinois si batté per far approvare una legge che imponeva la videoregistrazione degli interrogatori, in particolare per i casi più gravi, riuscendo nell’arco di otto mesi di lavoro a far approvare quella legge, vincendo ogni obiezione e assegnando fondi per le necessarie implementazioni tecnologiche necessarie alle forze di polizia per l’attuazione della norma.

Il caso di Obama è straordinariamente esemplare perché nasce dall’avvertimento di un giurista, il primo afroamericano a presiedere la prestigiosissima Harvard Law Review, che si era reso conto di un grave vulnus dell’ordinamento che ledeva soprattutto i diritti dei ceti più svantaggiati e in particolare delle donne appartenenti alle minoranze, che è stato in grado di utilizzare la funzione di legislatore per porvi un rimedio efficace e di garanzia per tutti: per i cittadini e per la stessa polizia che così ha potuto dimostrare l’infondatezza delle critiche alla conduzione degli interrogatori.

Quindici anni dopo è arrivato il tempo per adottare questa misura anche in Italia, chiamando a raccolta le migliori intelligenze per scrivere e approvare una legge che renda più solido ed equo il funzionamento della Giustizia e che renda quindi più vera la libertà di ogni cittadino.

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