Regno Unito al voto nel caos. Ore contate per Theresa May

Focus

Il paradosso Brexit è compiuto: primo ministro appeso a un filo. E intanto si cerca di capire quali saranno le indicazioni che arriveranno dal voto

Il paradosso Brexit è definitivamente compiuto. Esattamente due anni e undici mesi fa, i cittadini del Regno Unito sancivano, con un referendum, la loro volontà di separazione dall’Unione Europea. Tutto, ma davvero tutto, ci si poteva aspettare in questi tre anni, salvo che non si riuscisse a trovare il modo per evitare che quegli stessi cittadini si ritrovassero, oggi, a votare per le elezioni europee e quindi per decidere i 73 rappresentanti del Regno Unito da mandare a Strasburgo e Bruxelles. E invece questa incredibile eventualità, a cui nessuno – il 24 giugno del 2016, quando Londra si svegliò improvvisamente fuori dall’Unione – aveva pensato, si è improvvisamente materializzata.

Oggi milioni di cittadini britannici si recheranno alle urne per votare. E nessuno ha ancora capito bene il motivo. Di sicuro, alla base di questa pantomima, c’è l’incapacità di Theresa May, e in generale della classe dirigente britannica, di uscire dal tunnel in cui è andata ad infilarsi, sottovalutando il vero, unico, nodo che ha reso impossibile un accordo che soddisfacesse, contemporaneamente, Londra e Bruxelles, ma anche, a cascata, Dublino, Belfast ed Edimburgo: la questione del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, la madre di tutti i problemi.

Per questo, il voto minaccia di tramutarsi in una disfatta di proporzioni storiche per il partito conservatore che paga il giudizio impietoso dato dagli inglesi sul primo ministro. Secondo gli ultimi sondaggi, i Tories rischiano seriamente di scendere sotto la soglia del 10%, alcune rilevazioni parlano addirittura del 7%. Di contro, è dato per sicuro vincitore il neonato Brexit Party di Nigel Farage, accreditato di circa il 35% delle preferenze. Una cifra che però non deve far pensare ad un plebiscito pro-Leave, tutt’altro. Nel campo dei partiti europeisti, i Liberaldemocratici volano verso il loro miglior risultato di sempre (intorno al 20%) e i Verdi potrebbero superare il 10%. Anche l’altro partito pro-Remain, ChangeUK, potrebbe arrivare al 5%. A pagare, per motivi speculari a quelli che castigheranno i conservatori, sarà il Labour di Jeremy Corbyn, “colpevole” di troppe ambiguità sul tema Brexit, accreditato del 15% dei voti. Sarà decisivo il dato sull’affluenza: storicamente i cittadini britannici non hanno mai invaso i seggi per le elezioni europee, ma sono in molti a credere che in questo caso – proprio a causa della polarizzazione – si possa superare il picco storico del 38% del 2004. Se questi sono i numeri, è facile immaginare una società inglese ancora nettamente divisa a metà, con una leggera prevalenza dei partiti europeisti.

Intanto è ormai piena ribellione dei conservatori nei confronti della May, le cui dimissioni sono date ormai per inevitabili, anche se non immediate per motivi tecnici. Il primo ministro non può infatti recarsi dalla Regina per rassegnare le dimissioni senza aver prima un nome da indicare per la sua successione e quindi il primo passo sarà quello di dare il via ufficiale alla corsa per la nuova leadership all’interno del partito. Come confermato oggi dal ministro degli esteri Jeremy Hunt, la May sarà ancora al suo posto fra due settimane quando a Londra arriverà il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L’uscita di scena della May è tuttavia ormai inevitabile dopo che ieri la capogruppo conservatrice alla Camera dei Comuni, Andrea Leadsom, ha annunciato le due dimissioni dall’esecutivo ritenendo che il piano del primo ministro non possa portare alla Brexit.

La Leadsom, strenuamente pro-Brexit, non ha digerito, come molti altri Tories, l’apertura fatta dalla May ai laburisti sulla possibilità di votare, in caso di ok al suo accordo di separazione dalla Ue, su un secondo referendum. Un’apertura che per i brexiteers sa di tradimento e che ha provocato una gravissima crisi intestina. Geoffrey Clifton-Brown, tesoriere del Comitato 1922, zoccolo duro dei conservatori, ha spiegato stamattina che si aspetta di sentire la May indicare una data per le sue dimissioni quando la incontrerà domani mattina. Secondo i rumors riportati dai giornali inglesi, se questo non dovesse avvenire, o comunque non dovesse avvenire in tempi rapidi, i conservatori potrebbero cercare di modificare i regolamenti interni per poter calendarizzare un nuovo voto di sfiducia nei confronti del primo ministro. E intanto slitta a data da destinarsi il voto sul nuovo accordo di separazione che avrebbe dovuto essere sottoposto all’attenzione dei deputati della Camera dei Comuni nella settimana che inizia il 3 giugno. E’ ormai chiaro che in questo momento non vi siano le condizioni per fissare alcunché.

 

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