Io, mio padre, le fake news

Focus

Anticipazione dal libro “Un’altra strada” (Marsilio) in libreria il 14

Sarei reticente se, nell’analisi del rapporto tra verità e fake news, tra giustizia e giustizialismo, non facessi riferimento a una vicenda di natura personale, che pure è rilevante non per me ma per la credibilità delle istituzioni.
È noto, infatti, che nei miei confronti e delle persone a me più vicine, a cominciare da mio padre, si sono appuntate non solo critiche e campagne costruite su fake news, ma anche richieste di pesanti interventi della magistratura. Magistratura che rispetto e rispettiamo, perché pensiamo ci si debba difendere nel corso del processo: un garantista crede nelle istituzioni, lotta nelle aule di tribunale, aspetta le sentenze e le rispetta. Un giustizialista urla e basta. E magari il giustizialista è quello che
invoca l’immunità parlamentare quando va sotto processo o se un membro della sua famiglia viene scoperto a compiere reati si giustifica dicendo: «Sì, però andate a vedere che cosa fa Berlusconi». Oppure: «E allora il Pd?».
C’è tuttavia un elemento personale che non può essere occultato.
Quando tuo padre viene intercettato, pedinato, seguito quasi fosse un camorrista nell’arco di quattro anni, la sua vita scandagliata come mai era accaduto a un libero cittadino che fino a sessantatré anni aveva commesso forse quale unica infrazione un eccesso di velocità, è evidente che qualcosa non torna. Non voglio far leva su quello che può essere un elemento soggettivo, ovvero come mutano le relazioni tra padre e figlio quando ogni telefonata, anche di carattere privato e intimo, viene
intercettata e finisce nelle mani di qualche redazione; come si cambia quando valori adottati e insegnati ai propri figli vengono messi in discussione in processi pubblici che non si svolgono in aule ma su piattaforme social; come muta il clima durante il pranzo di Natale quando i tuoi familiari più o meno inconsciamente ti considerano responsabile della crisi cardiaca che ha colpito tuo padre.  Sotto questo cumulo di odio c’è la vita, il sangue, le relazioni umane. Ma i profeti della distruzione dell’altro non se ne curano e procedono a testa bassa.
Mi sforzo di dire che nulla cambia per chi è forte e solido caratterialmente, ma mi rendo conto che non è proprio così. E non è nemmeno giusto che lo sia: l’esito di tali vicende non deve dipendere dalla forza caratteriale di chi subisce attacchi e pressioni di questo tipo, ma da un sistema di garanzie.
C’è tuttavia un aspetto oggettivo da chiarire. Tutti fingono di non vedere il problema, che però c’è ed è enorme. E non riguarda il rapporto personale con mio padre.
Un giorno, nei libri di storia, i nostri nipoti leggeranno di quando, proprio mentre si scopriva che le prove di un’inchiesta contro i familiari dell’allora capo del governo italiano erano state manipolate dalle autorità per incastrarlo, i dirigenti del suo partito lo accusavano di essere “divisivo”. “E come si chiamava quel partito?”, domanderanno i ragazzi, increduli. “Democratico”, risponderà, non meno incredulo, il professore.
(Francesco Cundari)

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