Renzi ha imboccato la strada del “noi”

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Il Pd in Italia è l’unica alternativa al doppio modello: partito azienda da una parte, partito algoritmo dall’altra

Quasi una relazione congressuale, e forse persino qualcosa di più: l’elaborazione del lutto del 4 dicembre è ormai, e finalmente, alle spalle, e Matteo Renzi riprende il cammino: tutto in salita, come e più di quello affrontato da Firenze, una manciata di anni fa, per scalare il cielo della politica romana e conquistare, in rapida successione, la segretaria del partito e poi la presidenza del Consiglio.

Ora i mille giorni sono alle spalle, e lo spartiacque del referendum riconsegna un Paese drammaticamente al bivio: alle molte cose fatte – Renzi non è rivendicativo sui risultati raggiunti dal suo governo, ma li ricorda quasi en passant, con la serena convinzione di aver compiuto un’impresa tutt’altro che semplice e di dover ora guardare avanti – si contrappone oggi una situazione politica e istituzionale confusa, una sostanziale paralisi, un’incapacità del sistema politico a riprendere la strada, a uscire dall’impasse per progettare il futuro.

Diciamo la verità: senza Renzi, la politica italiana sembra girare a vuoto. Al netto delle polemiche di giornata, del pollaio dei talk show, dell’intraprendenza mediatica di qualche procura in cerca di celebrità, quasi nulla succede sotto il cielo bonaccioso della politica. La sveglia di Renzi non è dunque soltanto rivolta a se stesso – il lutto, appunto, ormai elaborato – o al proprio partito, ma all’insieme del Paese: e del resto non potrebbe essere altrimenti, perché l’essenza del ‘renzismo’ è un’idea di politica che parla prima di tutto ai cittadini, e mai soltanto agli apparati e al ceto politico.

Con uno sforzo che appare sincero, Renzi ha imboccato risolutamente la strada del “noi”. Le polemiche sull’“uomo solo al comando” – a dire il vero un pochino stucchevoli, visto che da che Renzi s’è dimesso i giornali hanno ricominciato a pubblicare pensosi editoriali sulla debolezza e l’indecisione della politica nostrana – sembrano archiviate, e la centralità del gruppo dirigente assume un nuovo valore.

“Il Pd in Italia – spiega il segretario dimissionario – è l’unica alternativa al doppio modello: partito azienda da una parte, partito algoritmo dall’altra. Chi spara contro questa comunità in questo momento indebolisce l’argine della tenuta democratica di questo Paese. L’identità tra la guida del governo e la guida del partito di maggioranza è un elemento costitutivo di tutti i sistemi europei. Detto questo, dobbiamo lavorare meglio sul modello-partito, fare della collegialità una nostra caratteristica”, a cominciare dalla scelta inedita di presentare alle primare un “ticket” con Maurizio Martina.

E ancora: “La necessità di maggiore collegialità è prioritaria all’interno del Pd. Non servono più circoli, ma circoli più aperti, che devono tornare ad essere punti di riferimento sul territorio, luoghi in cui si respira umanità”. Il tema della classe dirigente – che, sottolinea Renzi, non può essere “improvvisata” – è altrettanto essenziale, seppur soltanto accennato: al di là delle polemiche un pochino speciose sul “Giglio magico” e sulla prevalente toscanità dei renziani, cui Renzi stesso ha già ampiamente risposto elencando per esempio i vertici delle partecipate, la questione c’è ed è centrale: in fondo, l’idea originaria della “rottamazione” non era e non è altro che il ricambio della classe dirigente.

L’annuncio di una scuola di formazione, prima a Milano sotto la guida di Massimo Recalcati e poi a livello nazionale, va precisamente in questa direzione, proprio come la nuova piattaforma informatica annunciata da Renzi – “Bob”, in onore di Robert Kennedy – che consentirà alla comunità degli iscritti e degli elettori di condividere materiali, proposte, analisi.

La tre giorni del Lingotto – i gruppi hanno già cominciato a lavorare – serve a mettere a punto una piattaforma programmatica e, ancor più, una “visione” per l’Italia dei prossimi dieci anni. E, sottolinea Renzi, a “dare ai nostri concittadini la possibilità di guardare al futuro con un sentimento diverso dalla paura, che non può essere l’unica prospettiva”. E così si torna al punto di partenza dell’avventura renziana, che al suo nuovo giro di boa ripropone la passione e la sfida delle origini: la speranza contro la paura, la fiducia contro il rancore, l’impegno soggettivo contro l’eterno lamento collettivo.

La sfida del lavoro all’alba della jobless society è la vera frontiera su cui si misurerà la proposta politica dei prossimi mesi e anni. “Oggi – sottolinea Renzi – l’Istat ha dato i dati: il numero degli occupati è il più alto dal 2013. Settecentomila posti di lavoro in più non sarebbero stati possibili senza la riforma del lavoro e del mercato del lavoro. Noi però – aggiunge citando Olof Palme, a sua vlta citato da Veltroni proprio al Lingotto di dieci anni fa – abbiamo bisogno di dirci alcune cose: si deve combattere la povertà, non la ricchezza. Abbiamo cominciato solo adesso a finanziare le politiche che creano l’occupazione, dobbiamo continuare. Va respinto il principio che sta alla base del reddito di cittadinanza: noi vogliamo un Paese fondato sul lavoro, non sull’assistenzialismo e sui sussidi.”

Vedremo che cosa verrà fuori dai gruppi di lavoro (i materiali saranno consultabili in tempo reale su www.incammino2017.it) e come si svilupperà il dibattito: quel che è certo, è che quel popolo che a dicembre ha votato Sì ad un’Italia più moderna e più efficiente si è finalmente rimesso in cammino. E promette di restare in campo ancora a lungo.

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