La responsabilità di dire No

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Non c’è nessun vincitore intorno al quale si sia obbligati a costituire un Governo se gli indirizzi perseguiti sono non già diversi, ma obiettivamente inconciliabili

Vari commentatori in questi giorni hanno richiamato il noto passaggio di Aldo Moro nel suo ultimo discorso ai gruppi parlamentari del 28 febbraio 1978: “Siamo in due vincitori, e due vincitori in una sola battaglia creano certamente dei problemi.”

Quel passaggio non sembra affatto utilizzabile nel nostro contesto. Moro non faceva affatto della sociologia elettorale. Su quel piano, in effetti, anche oggi siamo in presenza di due vincitori, nel nostro caso il centrodestra a trazione leghista e i Cinque Stelle. Il punto era la reciproca volontà dei due vincitori nel cercare un modus vivendi per il Governo, per “promuovere una iniziativa coraggiosa… nelle condizioni nuove nelle quali noi ci troviamo”, come proponeva Moro.

Era l’affermazione di un indirizzo da perseguire, con i vincoli che ancora derivavano dalla divisione in blocchi: “Sappiamo che c’è in gioco un delicatissimo tema di politica estera, che sfioro appena, nel senso che vi sono posizioni che non sono solo nostre ma che tengono conto del giudizio di altri Paesi.. Sappiamo che vi è diffidenza in Europa in attesa di un chiarimento ulteriore sullo sviluppo delle cose”.

Nel nostro caso, invece, non ci sono affatto vincitori, ossia delle forze uscite rafforzate dal voto in grado di trovare un modus vivendi. Almeno al momento, nonostante alcune convergenze su temi rilevanti, le distanze tra tali forze appaiono loro insuperabili, ma è dubbio che possano essere rimosse perché entrambe ambiscono a un’egemonia indiscussa nel loro campo e in alternativa tra loro.

Curiosamente, quindi, i due sedicenti vincitori, anche con una copertura in alcuni media e gruppi di pressione, si rivolgono al centrosinistra con cui le distanze di entrambi sono ancora maggiori che non tra di loro (specie sulla politica europea e internazionale) e pretendono che esso si arrenda unilateralmente senza condizioni. Un noto commentatore, andando al di là di ogni logica, ha sostenuto che siccome di una coalizione c’è bisogno e che solo il centrosinistra la potrebbe garantire, tirarsene fuori sarebbe addirittura una forma di eversione.

Come ricordava Dietrich Bonhoeffer se si è convinti che un autista pazzo, impugnato il volante, possa fare danni irreversibili, il nostro obiettivo deve essere quello di impedirgli di guidare perché una qualsiasi forma di collaborazione non potrebbe essere in alcun modo configurabile come un male minore. Flat tax, redditi di cittadinanza, smantellamenti della riforma pensionistica, contrarietà alla cooperazione europea rafforzata in materia di difesa sono tanti modi di guidare in modo folle un Paese e sono parole pronunciate solennemente davanti agli elettori. Altro che “il delicatissimo problema di politica estera” tra partiti che allora stavano condividendo appieno proprio le scelte di politica europea ed atlantica.

Per questo il primo esercizio rigoroso della responsabilità, principio che sta a cuore a tutti i Democratici, dagli elettori fino ai dirigenti, non può che cominciare dal dichiarare senza ambiguità che non c’è nessun vincitore intorno al quale si sia obbligati a costituire un Governo se gli indirizzi perseguiti sono non già diversi, ma obiettivamente inconciliabili.

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