La Rete strumento del Pd per riconnettere centro e periferia

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I circoli del Pd: una rete unica da cui partire per ridare slancio alla presenza on line e provare a colmare il gap con i populisti

Tutti i partiti comunicano, e ognuno lo fa sbagliando a modo suo. E, si potrebbe aggiungere raccogliendo una vulgata particolarmente in voga, il Pd di più. Eh sì, perché pochi argomenti hanno appassionato gli internauti “di area”, durante questa campagna elettorale e non solo, quanto il discettare su quanto e come il Pd avrebbe potuto o dovuto, di volta in volta, comunicare attaccando di più, anzi di meno, non scimmiottando, anzi sì, e via aggiungendo.

Non c’è dubbio che il risultato del voto del 4 marzo, il primo che si sia giocato essenzialmente sui social network, abbia in qualche modo restituito una fotografia quasi fedele dei rapporti di forza sulla Rete. Ed è altrettanto fisiologico che ciò abbia riproposto la questione dei grillini eterni primatisti su un terreno che, va detto, vede la sinistra eterna inseguitrice. E’ dunque giusto porsi il tema di una riflessione sulla comunicazione digitale, per individuarne con schiettezza punti di forza e punti di debolezza e migliorarne l’efficacia, anche alla luce del ruolo che verosimilmente spetterà al Pd nei prossimi mesi e anni, e cioè quello di opposizione al primo governo europeo a guida populista-sovranista.

Partendo dalla consapevolezza, ovvia, che non è sui social network che si vincono o perdono le elezioni, la potenza di fuoco dimostrata dagli avversari rende però più che mai attuale il tema posto su Democratica da Alessio De Giorgi, e cioè quello di una maggiore professionalizzazione di un settore che, sempre di più, non può in nessun modo essere lasciato all’improvvisazione e che si gioca, anche, sulle performance.

Allo stesso tempo, può essere utile uno spunto di riflessione che parta dalla fotografia di ciò che è oggi il Pd e da ciò che lo differenzia dagli “altri” perché, come tanti esempi anche recenti hanno dimostrato, la politica e la comunicazione non sono cose separate.

Ebbene ciò che dal corpo del Pd, dai dirigenti ai semplici iscritti, è emerso con più forza dopo la sconfitta è stata l’esigenza di ripartire dalle periferie, a partire dalla rete unica ancora oggi rappresentata dai circoli, e dal contatto con le persone e i loro bisogni.

Da questo punto di vista, la Rete e i social network rappresentano innanzitutto uno straordinario strumento di organizzazione, un mezzo per chiudere virtualmente il “cerchio” della comunicazione politica, passata per la mediazione a senso unico della Tv, che grazie ai nuovi modelli di partecipazione online riporti a un contatto diretto con i cittadini. Un contatto, potremmo dire con una definizione abusata, due punto zero.

Rimettere al centro i territori per costruire finalmente il “partito digitale”, dunque, perché non dimentichiamo che “All politics is local”, ossia la politica oggi non può che partire dai territori, ma anche, secondo una felice definizione di Dino Amenduni, che “All news is global”, e dunque ciò che arriva anche dai punti più distanti delle “rete” può avere un importante impatto nazionale, che, in qualche modo, può definire priorità e identità.

Un network potenzialmente già esistente, potremmo dire in sonno, che può essere però attivato ridando corrente a nodi e connessioni. Un lavoro, – come in parte il Pd ha iniziato a fare con Alessia Rotta alla comunicazione, e che è continuato con un meritorio lavoro di tanti attivisti digitali anche alle ultime elezioni politiche -, che da una ricognizione e da un necessario lavoro di formazione porti alla strutturazione di quelle community digitali oggi così importanti, perché potenziali diffusori di messaggi e supporto digitale in un mondo, quello di Facebook in particolare – perché è su Facebook che, oggi, si parla direttamente con i cittadini -, in cui più che gli investimenti in pubblicità contano i rapporti di fiducia tra amici e familiari.

Community in cui, per essere strumenti davvero efficaci, si riesca a coinvolgere territorio per territorio figure differenti che ne diversifichino le funzioni, dagli influencer, ai produttori di contenuti, ai fondamentali volontari digitali che supportino la diffusione di messaggi e azioni, in entrambe le direzioni. Una rete che innanzitutto aumenti il numero di persone a cui si parla, dunque, e che in più possa diventare braccia e gambe, perché coinvolgere oggi le persone in conversazioni politiche (positive) online significa, alla luce di una ricerca in tal senso, che di queste una su due potrà potenzialmente attivarsi anche nelle “piazze” reali.

I limiti dei tentativi fatti in tal senso in passato, a partire dalla Pd Community, sono stati la scarsa capacità di rendere questi tentativi strutturali, al netto delle emergenze e delle campagne elettorali. La traversata, ci auguriamo breve, che aspetta il Pd all’opposizione può essere per paradosso l’occasione per affrontare finalmente il dossier, costruendo un moderno e alla fine permanente sistema di comunicazione digitale, a partire da chi fin qui si è più impegnato, dai territori, in tal senso.

E’ poi compito della politica riuscire a declinare i messaggi giusti, capaci di ispirare emozione e voglia di partecipazione, ma le due cose, il “sogno” e la struttura giusta per diffonderlo e declinarlo, oggi più che mai hanno bisogno l’uno dell’altra.

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