Il Riccardo II al femminile di Maddalena Crippa deve tutto agli interpreti

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La tragedia shakesperiana messa in scena da Peter Stein

Paolo Graziosi nella parte di John Gaunt, zio del re Riccardo II del titolo, che lamenta le sorti della sua amata Inghilterra, è il momento più alto di questo spettacolo. Siamo alla terza scena del primo atto e Gaunt-Graziosi, sul letto di moribondo, attende il sovrano, legittimo sì ma fanatico e incapace, e si augura la deposizione. Che è l’epilogo di questo dramma storico shakespeariano, rappresentato pochissimo, incentrato sulla ribellione dei Pari d’Inghilterra conclusasi con l’abdicazione del re e il suo assassinio in prigione.

Graziosi è uno degli ultimi grandi vecchi del nostro teatro, uno di quegli attori che sanno sporcarsi, svilirsi, abbrutirsi, maledire e imprecare, restando integri e immacolati, e questa scena, in cui recita in posizione supina, ora struggendosi per le sue sorti di padre di un figlio esiliato, ora imprecando contro il sovrano-nipote, gli rende bene giustizia.

I versi di Shakespeare arrivano nitidi, e così le metafore, le similitudini, e la logica che lo regge contro la tracotanza del giovane re, che qui è interpretato da Maddalena Crippa, massima licenza di questa regia firmata da Peter Stein che ancora una volta ha radunato i suoi attori, mostrando di confidare in una squadra rodata e ben sortita. Ma sarebbe stolto dire che la Crippa è fuori parte. La Crippa è la Crippa, semplicemente. Non già un attore giovane da candidare come emergente nelle terne dei premi a venire.

Gran brava attrice, è eclettica quanto basta da potersi sperimentare con ruoli alternativi, assoluti, forse, che trascendono la corrispondenza. E nel caso particolare di questa tragedia, prima di una tetralogia che comprende i due Enrico IV e Enrico V, si tratta di rappresentare l’aberrazione del potere quando il potere diventa assoluto, la vanagloria, le derive collettive che pur si annidano nella legittimità, laddove non ci può essere abuso ma solo arroganza.

Chi si attesta sul mezzo secolo non può ricordare di messe in scena precedenti, e quindi ben venga questo allestimento: chiaro, essenziale, recitato benissimo. Anche la traduzione di Alessandro Serpieri è stata asciugata dallo stesso Stein ed è fluida e fruibile, pur mantenendo vive le figure retoriche e la potenza eidetica delle metafore, e viene voglia di farsi imprestare il copione.

La scena di Ferdinand Woegerbauer è stilizzata, creata attraverso un contro fondale scuro e pochi elementi distintivi – il trono, il letto e poco altro – e si sviluppa verticalmente verso un luogo non luogo dove risiede il potere, inarrivabile Olimpo dove si trama e ordisce contro i sudditi e il popolo.

Mentre sono i costumi e i colori di Anna Maria Heinreich a caratterizzare maggiormente fazioni e personaggi, con colori puri come il bianco e il nero, innanzitutto, e poche chiare pennellate identificative.

Il marrone del duca di York, per esempio, interpretato da Gianluigi Fogacci, racconta bene di un’indole incerta, pavida, ritratta, disposta a mediare per non prendere posizione, e così la recitazione, sorvegliata, si mantiene bene in equilibrio tra ossequio al potere e un remoto afflato di senso di giustizia.

Tutti gli attori meriterebbero un discorso a sé, perché tutti sono mossi da un pensiero in filigrana che non li abbandona, che è il vero antidoto alla noia a teatro. C’è una memoria che si vede, una proiezione che chiarisce i rapporti e accompagna passo passo lo svolgersi delle azioni, un filo che si rintraccia e una tensione che si crea a partire dalla scena iniziale, in cui i due Pari di Alessandro Averone e Graziano Piazza – bravissimi – sottoposti al giudizio del sovrano, reciprocamente si accusano della morte di Gloucester, entrambi segnati da “inamovibile odio”.

Voglio dire anche di Almerica Schiavo, un’attrice solida e indipendente, con un curriculum che passa per Stein e Luca Ronconi, che interpreta con grande efficacia i due ruoli di vedova di Gloucester e moglie di York. E poi tutti gli altri che non sono da meno: Andrea Nicolini, Giovanni Visentin, Marco De Gaudio, Vincenzo Giordano, Luca Iervolino, Giovanni Longhin, Michele Maccaroni, Domenico Macrì, Laurence Mazzoni.

Lo spettacolo, andato in scena al Teatro Nazionale per la stagione del Teatro di Roma, era anche inserito nella programmazione del 16° Premio Europa per il Teatro.

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