Congresso, il rimescolamento delle correnti Pd

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Le varie candidature non sono incasellabili nelle categorie tradizionali: anche per questo ogni previsione sulla vittoria finale è impossibile

Più si entrerà nel vivo della campagna congressuale del Pd, con la scesa in campo dei vari candidati, e più si assisterà ad un fenomeno salutare e per certi aspetti inedito: lo scongelamento delle vecchie correnti di appartenenza e il conseguente rimescolamento interno. Gli analisti vanno già notando come questa o quell’altra componente sia “spaccata” al proprio interno davanti al prospettarsi dei vari candidati: e hanno ragione.

Le tradizionali appartenenze (che discendono in fondo dagli “antenati” Dc e Pci) cedono il passo dinanzi all’urgenza di una nuova prospettiva politica, e perciò vediamo molta gente ancora incerta sul da farsi. D’altra parte è difficile incasellare rigidamente i nomi dei candidati nelle consuete “gabbie” correntizie: come si fa a dire, ad esempio, che Nicola Zingaretti sia una figura “di sinistra” legata a un certo passato e dunque rappresentativo della storia comunista terminata quasi 30 anni fa (tanto è vero che l’assemblea zingarettiana di Roma verrà aperta dall’ex lettiana e sottosegretaria dei governo Renzi e Gentiloni, Paola De Micheli: ma è solo un esempio).

E come si fa, parimenti, a inchiodare Matteo Richetti alla vicenda politica della Margherita e del cattolicesimo democratico (anche se di lì proviene) come fosse un “centrista” e non uno che cerca di scavalcare in avanti la stessa storia del Pd così come l’abbiamo conosciuta? E come si fa, ancora, a incasellare Marco Minniti – se si candiderà – in una non meglio definita “destra” del Pd, magari pensando banalmente che avere un’ esperienza forte di governo significhi di per sé essere “di destra”? Perfino Francesco Boccia non è da considerare come una controfigura di Michele Emiliano (cui pure è legato) ma è una personalità che esprime istanze “trasversali”.

In buona sostanza si tratta di banalizzazioni superficiali. Tanto è vero che in queste ore ci sono donne e uomini appartenenti alla sinistra dem che intendono votare Minniti, o persone con forte cultura di governo che pensano sia meglio voltare pagina con Zingaretti, o ex ds che voteranno Richetti, altri ancora che sceglieranno Boccia per quello che Boccia proporrà e non certo perché apprezza il governatore della Puglia. Né si comprendono le ironie sui tanti candidati in lizza (c’è anche il giovane Dario Corallo; c’è una disponibilità di Cesare Damiano; e forse altri si aggiungeranno): non si voleva combattere l’idea plebiscitaria dell’uomo solo al comando? Eccovi serviti.

Vogliamo insomma dire che più di altre volte, proprio perché dopo la batosta del 4 marzo si naviga in mare aperto, il congresso del Pd è veramente di difficile lettura. Le previsioni sulla vittoria finale sono infatti impossibili. Le culture politiche e le piattaforme politiche che ne discendono sono destinate a mescolarsi e dunque a mutare nel corso stesso della campagna congressuale: e se tutto questo è vero, la cosa positiva che fin da adesso si può sostenere è che non sembra si vada ad una campagna militare, come altre volte è accaduto, di un esercito contro l’altro in una battaglia mortale nella quale alla fine non si fanno prigionieri. Se le premesse sono queste, può essere un congresso interessante.

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