Richetti si ritira, è corsa a sette. Attesa per data e regole

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Fa discutere l’ipotesi di un patto tra i candidati che sancisca che chi ottiene più voti alle primarie venga eletto segretario in Assemblea, anche senza il 50% nei gazebo

La data delle primarie del Partito democratico non è ancora ufficiale. La commissione per il congresso, riunita al Nazareno per mettere nero su bianco regole e tempi, è ancora al lavoro e dunque dovrà passare qualche ora. Al momento la scelta più probabile rimane quella del 3 marzo. Poi toccherà alla Direzione dem, allo stato ancora convocata per domani alle 15, ratificare la proposta della commissione, dandole il crisma dell’ufficialità.

Nel frattempo, fuori dalle stanze del Nazareno il quadro continua a mutare. La notizia di oggi è l’annuncio del ritiro da parte di Matteo Richetti, tra i primi a candidarsi per la corsa alla segreteria. Appoggerà Maurizio Martina, dopo l’appello che in questo senso gli era stato rivolto, tra gli altri, anche da Graziano Delrio. “Molti amici, incontrati in questi mesi intensi di iniziative e discussioni, mi hanno invitato a unire le forze in un unico progetto con Maurizio Martina”, ha scritto in un post su Facebook. Sottolineando che “lui si è candidato dicendo ‘mi candido, anzi ci candidiamo’. Sono state le mie identiche parole”.

Dunque il quadro dei “big” in campo si semplifica, ma ad aggiungesi alla lista arriva un’altra outsider, Maria Saladino, l’unica donna finora in corsa per la leadership dei dem. Tra entrate e uscite, a oggi, i candidati restano dunque sette: Nicola Zingaretti, Marco Minniti, Maurizio Martina, Francesco Boccia, Cesare Damiano, Dario Corallo e, appunto, Maria Saladino.

Si moltiplicano intanto le voci di un possibile “patto tra gentiluomini” tra i candidati, per eleggere segretario chi arriva primo ai gazebo, anche se non dovesse superare la soglia del 50%, scongiurando così lo scenario di accordi da prendersi in Assemblea.
Una proposta di cui Democratica porta la primogenitura, e che è stata rilanciata prima da Valeria Fedeli e poi fatta propria da vari esponenti del partito, come riporta oggi Repubblica.

Dubbi sul “gentlemen agreement” sono stati finora espressi da Andrea Orlando, scettico di fronte alla possibilità che i candidati possano arrivare a prendere percentuali troppo vicine tra loro, portando in tal modo a una leadership non sufficientemente legittimata, e da Roberto Giachetti, che non usa molti giri di parole: “Lo statuto si cambia in Assemblea, non per accordi tra candidati. Potevate pensarci prima”.

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