Ricordando Rita Atria, la picciridda di Borsellino

Focus

La storia di una ragazza semplice che ha avuto la sventura di nascere in una famiglia mafiosa

Aveva 17 anni Rita Atria e tutta una vita davanti. Ma era figlia e sorella di due boss della mafia in un paesino della Sicilia, Partanna e, in queste condizioni, la vita diventa davvero difficile.

Rita decide di cambiarla quella vita e lo fa solo perché c’è Paolo Borsellino a farle coraggio, che è all’epoca procuratore di Marsala. E così insieme alla cognata inizia a collaborare con la giustizia, di denunciare e far arrestare. Scopre che, oltre alla politica collusa, ci sono anche magistrati di cui si si può fidare e che la mafia si può sconfiggere. Spera in un cambiamento: lascia il suo paese, la sua famiglia, sua madre e sua sorella. Unico riferimento diventa la cognata Piera e i giudici che l’hanno ascoltata e le hanno fatto aprire gli occhi. Vive in incognito da sola, cambia nome, studia, ma la mafia non la lascia in pace. Arriva la strage di Capaci. E con essa la paura e la disperazione di essere sola, di non avere nessuno al mondo a difenderla.

Cosa avrà provato vedendo quelle immagini in televisione? Terrore, lo scrive lei stessa nel suo tema di maturità: “La morte di una qualsiasi altra persona sarebbe apparsa scontata davanti ai nostri occhi, saremmo rimasti quasi impassibili davanti a quel fenomeno naturale che è la morte del giudice Falcone, per chi aveva riposto in lui fiducia, speranza, la speranza di un mondo nuovo, pulito, onesto, era un esempio di grandissimo coraggio, un esempio da seguire. Con lui è morta l’immagine dell’uomo che combatteva con armi lecite contro chi ti colpisce alle spalle, ti pugnala e ne è fiero. Mi chiedo per quanto tempo ancora si parlerà della sua morte, forse un mese, un anno, ma in tutto questo tempo solo pochi avranno la forza di continuare a lottare. Giudici, magistrati, collaboratori della giustizia, pentiti di mafia, oggi più che mai hanno paura, perché sentono dentro di essi che nessuno potrà proteggerli, nessuno se parlano troppo potrà salvarli da qualcosa che chiamano mafia”.

Poi la strage di Via D’Amelio, la morte del suo padre putativo Paolo Borsellino e Rita non ha saputo reggere al peso della paura e della solitudine. Si è tolta la vita gettandosi dal settimo piano di un palazzo di Viale Amelia dove era sotto protezione, il 26 luglio del 1992. Una vittima “indiretta” delle stragi di mafia. Una vita spezzata che non può essere dimenticata per il suo coraggio e la sua umanità.

Sriveva ancora Rita: “L’unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c’è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o di quella persona, o perché hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo”.

 

 

 

 

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