Nel caso Rimborsopoli tutta la demenzialità del grillismo

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Quando ci sono di mezzo i pentastellati perfino gli scandali sono di second’ordine, quisquilie da strapaese

Quando ci sono di mezzo i pentastellati perfino gli scandali sono di second’ordine, quisquilie da strapaese. Manca un milione e mezzo di euro (ma la cifra lievita di ora in ora) nel fondo in cui i parlamentari a cinque stelle versano mensilmente qualche spicciolo del loro lauto stipendio per poter meglio raccontare ai propri elettori quanto siano distanti dalla – parola magica – casta e vicini alla società civile o, meglio, nella sua idealizzazione populista, alla “gente”. L’espediente utilizzato per eludere i versamenti è anch’esso imbarazzante, tanto è banale e riconducibile a una mentalità da piccolo truffatore di provincia: i parlamentari in questione effettuavano il bonifico, rendicontavano online e lo revocavano entro le 24 ore concesse.

Si tratta di bazzecole, specie se si pensa agli elementi seriamente esiziali introdotti dai grillini nella sfera pubblica, quali l’oltranzismo antiparlamentarista (degradato da cavallo di battaglia a punto programmatico meramente simbolico nell’ambito del progetto di “normalizzazione” portato avanti da Luigi Di Maio) e allo squadrismo verbale praticato dai militanti in Parlamento, nelle piazze, in tv e – soprattutto – online, fenomeno tanto più grave quanto più testimonia l’interiorizzazione, da parte di eletti ed elettori sui quali è calata la pentecoste del grillismo, della certezza di essere custodi della verità assoluta: chi osa dubitarne non è un avversario o una voce critica legittima (fisiologica, anzi, essenziale in una democrazia liberale che preveda pluralismo e solidarietà politica) ma un nemico, un mafioso o un mercenario assoldato dei poteri forti da annichilire tramite un’operazione di cyber-bullismo. Ecco, è su questi elementi pericolosamente antiliberali – e, ahinoi, “condonati” da un establishment mediatico-culturale accomodante sin dal primo minuto – che la stampa dovrebbe insistere, invece si fa del sensazionalismo su una questione di qualche spicciolo.

Ma, beninteso, è comunque essenziale che questa vicenda stia avendo (e avrà ancora a lungo) un’eco mediatica considerevole, perché l’intero storytelling grillino poggia sulla minimizzazione dei costi della politica intesa come progetto taumaturgico realizzato il quale gli italiani sarebbero diventati tutti benestanti – una maxi-menzogna così grossolana da lasciare perplessi circa il livello di analfabetismo funzionale di molti elettori italiani – e sulla idealizzazione dei discepoli di Grillo, ragazzi meravigliosi e onesti, complementare alla demonizzazione del resto dell’emiciclo parlamentare e del corpo elettorale, tutti maiali ingordi e delinquenti o idioti obnubilati dai media asserviti al regime.

I risvolti patetici di questa vicenda sono indicativi della pochezza intellettuale e umana che imperversa da quelle parti: i parlamentari di un partito che ambisce ad archiviare la democrazia rappresentativa in favore di una più economica e-democracy diretta, con tuta la retorica sulle virtù palingentiche del web (il web è il futuro, siamo il più grande partito italiano e siamo nati con un blog ecc), rivendicano adesso la necessità di passare dalla filiale per accedere all’estratto conto (sic!), mentre un senatore, per scaricare il barile, si è spinto ad accusare l’impiegato della sua banca («quello scellerato allo sportello ha fatto bisboccia!»), reo a suo dire di aver fatto confusione con le date.

Insomma, il watergate dei grillini non poteva che essere una questione di bonifici revocati e giustificazioni ridicole accampate alla bell’e meglio. Ma è tutto sbagliato, per non dire demenziale, a prescindere: le piccole e medie imprese e, più generalmente, le sorti economiche di un Paese si risollevano (anche) smantellando le rendite di posizione, sburocratizzando e abbattendo la spesa pubblica… I grillini se la vogliono cavare facendo debito ed elemosinando una quota irrisoria delle loro mensilità (…non sempre e non tutti, per di più).

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