Ecco cosa succede dopo la risoluzione di Strasburgo

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Non saranno più possibili balletti o giochi di palazzo: o Conte esprimerà un sì al rispetto dello stato di diritto e dei valori democratici pronunciandosi in favore della condanna di Orban, o dichiarerà un no gettando definitivamente la maschera sulla propria reale natura

La Risoluzione approvata dal Parlamento europeo contro Orban rappresenta un segnale di vitalità e uno slancio di orgoglio di un’Europa che sembra voler ritrovare il senso profondo e la ragione ultima dell’integrazione comunitaria, ossia la difesa e la promozione dei valori democratici di libertà, uguaglianza e rispetto dei diritti umani.

Il caso è emblematico. Con 448 voti a favore, 197 contrari e 48 astenuti, per la prima volta nella sua storia, seguendo le indicazioni del Report Sargentini, il Parlamento europeo ha chiesto al Consiglio di pronunciarsi sul rispetto dello “Stato di diritto” di un Paese membro, esprimendo forti preoccupazioni sulla tenuta in Ungheria di alcuni principi inderogabili: il corretto funzionamento del sistema costituzionale e del sistema elettorale, l’indipendenza della magistratura e i diritti dei giudici, la tutela della vita privata e la protezione dei dati, la libertà di espressione, la libertà accademica, la libertà di religione, la libertà di associazione, il diritto alla parità di trattamento uomo donna, i diritti delle persone appartenenti a minoranze, i diritti fondamentali dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati, nonché i diritti economici e sociali. Nella consapevolezza che la violazione di tali princìpi non riguarda solo il Paese in cui si manifesta tale rischio, ma ha un impatto sistemico sugli altri Stati membri, sulla fiducia reciproca tra questi e sulla natura stessa dell’Unione.

Come è emerso dai media, sotto il profilo tecnico, il Parlamento europeo ha votato l’attivazione del c.d. “articolo 7”. Il dibattito politico sulla stampa è stato caratterizzato tuttavia da una certa confusione sugli effetti e sulle conseguenze di una tale decisione.
La procedura istituita dall’articolo 7 TUE prevede in realtà due procedure distinte. Il paragrafo 1 stabilisce il meccanismo per l’adozione delle c.d. misure preventive, ed è finalizzato a determinare l’esistenza di un “evidente rischio di violazione grave” dei valori essenziali su cui si fonda l’Unione, richiamati all’art. 2 TUE. Il paragrafo 2 disciplina invece il meccanismo volto all’adozione delle c.d. sanzioni, qualora si constati l’esistenza “di una violazione grave e persistente” dei suddetti valori da parte di un Paese membro.

In entrambi i casi, la decisione finale spetta ai rappresentanti degli Stati nel Consiglio europeo, ma – considerata la differente natura delle conseguenze possibili – il quorum richiesto è diverso a seconda della procedura. Per quanto riguarda il meccanismo preventivo (par. 1), la decisione del Consiglio richiede la maggioranza dei quattro quinti degli Stati e può concludersi, nel caso, con l’adozione di “raccomandazioni” volte a chiedere di porre in essere tutte le azioni necessarie a eliminare il rischio di operare o perpetrare una violazione dei valori fondamentali europei. Eventuali sanzioni, quali la sospensione del diritto di voto in Consiglio, possono essere adottate solo al termine di una procedura successiva (par. 2), che non è stata attivata dalla Risoluzione del 12 settembre, qualora si accerti definitivamente la violazione inizialmente ipotizzata, tenuto conto anche del mancato rispetto delle raccomandazioni rivolte. E’ questa decisione che richiede l’unanimità dei capi di stato e di governo.

Ciò determina una prima fondamentale conseguenza. In questa fase, la decisione su Orbán non contempla la possibilità di veto, per cui il voto del Governo Conte sarà determinante. Il Presidente del Consiglio non potrà trincerarsi dietro un fantomatico niet della Polonia. Il voto dell’Italia sarà dunque decisivo per adottare raccomandazioni che censurino le politiche del Governo ungherese, anche in presenza del probabile voto contrario di Polonia, Slovacchia e Repubblica ceca. Il Governo M5s-Lega giungerà dunque a un nodo cruciale. Non saranno più possibili balletti o giochi di palazzo: o Conte esprimerà un sì al rispetto dello stato di diritto e dei valori democratici pronunciandosi in favore della condanna di Orban, o dichiarerà un no gettando definitivamente la maschera sulla propria reale natura.

Del resto, difendere il rispetto dello “stato di diritto” in un Paese membro vuol dire tutelare la democrazia, le libertà fondamentali e i diritti umani nell’Europa intera.

Come rilevato nel dibattito preliminare alla Risoluzione in oggetto, l’Unione è un progetto basato su valori condivisi e sulla solidarietà, ma è destinata ad implodere se manca una forte volontà politica. La storia recente del nostro continente ha vissuto episodi violenti e i diritti degli individui sono stati spesso calpestati in nome di un cosiddetto “bene superiore”. Sono passati solo 73 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il progetto europeo, destinato un giorno (speriamo) non lontano a dare vita agli Stati Uniti d’Europa, è la risposta proprio a queste tragedie. Il preambolo del Trattato di Lisbona ce lo ricorda in modo magistrale, precisando che l’integrazione comunitaria nasce: “ISPIRANDOSI alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto, RAMMENTANDO l’importanza storica della fine della divisione del continente europeo e la necessità di creare solide basi per l’edificazione dell’Europa futura, CONFERMANDO il proprio attaccamento ai principi della libertà, della democrazia e del rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali nonché dello Stato di diritto”.

Spetta alle forze politiche europee tener conto di tale patrimonio culturale e agire per difenderlo.

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