Chi era Roberto Ruffilli, senatore Dc ucciso trent’anni fa dalle Br

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Il ricordo di Romano Prodi: “Quello che ha lasciato è una volontà riformistica quasi accanita, continua, insistente: piccole riforme ma che secondo lui avrebbero migliorato il Paese”

Il 16 aprile del 1988 veniva ucciso dalle Brigate Rosse nella sua casa di Forlì il senatore della Democrazia Cristiana Roberto Ruffilli. Dopo una vita da accademico, Ruffilli nel 1983 accettò di candidarsi al Senato con la DC e fu eletto.

Biografia

Nato a Forlì nel 1937 figlio di un operaio comunista e di una casalinga cattolica praticante che abitavano nel quartiere San Biagio, Roberto Ruffilli restò presto orfano di padre. Dopo il diploma al liceo classico Giovanni Battista Morgagni di Forlì, con tanto di elogio del ministero della Pubblica Istruzione, frequentò e si laureò in Scienze politiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dove fu compagno di studi di Romano Prodi.

La  visione politica di Ruffilli attribuiva ai partiti, di cui sempre sottolineò l’insostituibile ruolo nella vita democratica, il compito di prescegliere, in sede di competizione elettorale, la coalizione di Governo che sarebbero andati a formare. Solo in questo modo si poteva giungere a un sistema nel quale blocchi ideali e politici si sarebbero alternati al Governo del Paese.

Tra i suoi testi suoi testi più importanti vanno citati “Materiali per la riforma elettorale” e “Il Cittadino come arbitro”.

La carriera politica

Accettò di candidarsi nel 1983 con la Democrazia Cristiana. L’allora segretario Ciriaco De Mita, a cui è stato politicamente vicino, decise di candidare delle personalità non legate strettamente alla politica. Durante gli anni da senatore Ruffilli proseguì nelle istituzioni il suo lavoro accademico cercando di migliorare e semplificare il sistema politico italiano. Pensava che fosse necessaria una responsabilizzazione dei partiti e il rilancio del gioco democratico a partire dal basso. Uomo delle riforme per la Dc, fu capogruppo della ‘commissione Bozzi’, il primo tentativo – naufragato – di mettere mano all’architettura istituzionale. Le sue idee di rinnovamento e la sua propensione al dialogo furono i motivi che lo condussero alla morte, come si può evincere dalla rivendicazione delle Br.

L’assassinio

Il 16 aprile 1988, appena rientrato a casa da Roma (proprio pochi giorni dopo la nascita del nuovo governo presieduto da De Mita, che Ruffilli aveva contribuito a creare), Ruffilli fu sorpreso dai brigatisti Stefano Minguzzi e Franco Grilli. travestiti da postini, suonarono alla porta della sua abitazione con la scusa di recapitargli un pacco postale; entrati nell’abitazione, lo condussero nel soggiorno, dove lo fecero inginocchiare accanto al divano per poi ucciderlo con tre colpi di pistola alla nuca.

Il giorno stesso i brigatisti telefonarono al quotidiano la Repubblica annunciando l’assassinio del senatore. Il 21 aprile fu ritrovato, in un bar di via Torre Argentina a Roma, un volantino rivendicante l’uccisione:

Sabato 16 aprile un nucleo armato della nostra organizzazione ha giustiziato Roberto Ruffilli, […] uno dei migliori quadri politici della DC, l’uomo chiave del rinnovamento, vero e proprio cervello politico del progetto demitiano, teso ad aprire una nuova fase costituente, perno centrale del progetto di riformulazione delle regole del gioco, all’interno della complessiva rifunzionalizzazione dei poteri e degli apparati dello Stato. Ruffilli era altresì l’uomo di punta che ha guidato in questi ultimi anni la strategia democristiana sapendo concretamente ricucire, attraverso forzature e mediazioni, tutto l’arco delle forze politiche intorno a questo progetto, comprese le opposizioni istituzionali.
Firmato: Brigate Rosse per la costituzione del Partito Comunista Combattente.

Quello di Paolo Ruffilli fu l’ultimo di 86 omicidi rivendicati dalla Brigate Rosse tra il 1974 e il 1988.

Il ricordo di Romano Prodi

“L’uccisione di Roberto Ruffilli per mano delle Brigate Rosse, anche a distanza di trent’anni, rimane un gesto incomprensibile”. Il docente e senatore della Dc, ci ha lasciato “una volontà riformistica quasi accanita, continua, insistente”. Così lo ha ricordato l’ex presidente del Consiglio, Romano Prodi, oggi a Forlì per la commemorazione assieme al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Prodi, a margine della cerimonia, ha ricordato “prima di tutto l’incomprensibilità di quello che è avvenuto” il 16 aprile 1988 nella sua abitazione in corso Diaz a Forlì. “Ero amicissimo di Ruffilli – ha spiegato -, è venuto spesso a casa nostra, se c’era un uomo di una bontà disarmante era lui.  Intelligentissimo, ma quasi ingenuo. Quando successe questo fatto mi resi conto della incomprensibilità della tragedia. Quello che ha lasciato – ha proseguito l’ex premier – è una volontà riformistica quasi accanita, continua, insistente: piccole riforme ma che secondo lui avrebbero migliorato il Paese. Trent’anni dopo non è stato fatto niente, quindi è chiaro che aveva ragione lui. Se si fossero fatte quelle piccole riforme oggi vivremmo con grandi riforme”.

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