La Capitale città delle favelas in piena decrescita infelice

Focus

Le periferie avanzano fino ad inghiottire l’intera città. Le zone del degrado si estendono e si specializzano, segno dell’acuirsi del fenomeno

Passeggiare per Roma oggi significa entrare nel set di un film post atomico. Il degrado che contraddistingue la città si allarga a dismisura, giorno per giorno. La mancanza di un intento strategico, l’assenza di progettualità e di interventi programmatici, incidono quotidianamente sul declino della Capitale.

Un declino, questo, che va ben oltre i confini dell’Urbe, se è vero che Roma rappresenta al livello simbolico l’Italia all’estero, e influisce sul giudizio che danno i turisti, gli investitori e le autorità istituzionali quando decidono di rapportarsi con il nostro Paese.

L’incapacità della politica è evidente, come evidente è il vuoto pneumatico di chi pianifica il nulla. Il degrado nasce laddove chi dirige è assente, e le decisioni sono cadute nel vento. Dopo le recenti ispezioni dei vigili urbani, a Roma emerge che esistono 218 favelas. Si tratta di luoghi dove predomina la disperazione della tante “espulsioni” che un sistema economico, lasciato a se stesso, produce. Inevitabilmente. Sopratutto con la globalizzazione rampante che abbiamo davanti. Si tratta di una stima, perché i dati reali sono maggiori.

Sapere però che a Roma esistono quasi ottomila senza tetto che vivono in accampamenti di fortuna, in baraccopoli o in rifugi-
bivacchi, è sconvolgente. Di questi insediamenti 28 sono giudicati addirittura ad alto rischio sociale. Non si tratta solo di pericoli legati ad episodi di violenza o di intollerabilità delle condizioni igieniche. Quello che si evidenzia è la nascita di una città a “periferizzazione totale”. Se in passato Roma aveva le periferie, ora diventa essa stessa una grande periferia.

Infatti, le periferie avanzano fino ad inghiottire l’intera città. Le zone del degrado si estendono e si specializzano, segno dell’acuirsi del fenomeno. Un recente report, elaborato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sullo stato delle città italiane e delle loro periferie, parla chiaro. A Roma esistono delle emergenze precise, che contraddistinguono a macchia di leopardo varie aree. Gli indicatori sono i seguenti: basso livello di istruzione, con picchi nei quartieri di Torrenova-Casetta Mistica, Casilino e Torrespaccata; basso livello di disoccupazione, accentuato al Tufello e a Tor Cervara; elevata presenza dei Neet (i giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano), con alte percentuali a Grottarossa ovest e all’Esquilino; famiglie con potenziale disagio economico, numerose a Santa Palomba, a Tor Fiscale e Centocelle; integrazione problematica degli stranieri, marcata a Torre Spaccata, a Mistica Torrenova e all’Omo.

E’ ormai evidente che il processo di periferizzazione, se lasciato a se stesso, non può che peggiorare. Non solo, ma rischia di estendersi a livello nazionale, visto che la governance politico-economica è della stessa matrice. L’Italia rischia di diventare una grande periferia, in Europa e non solo. Le politiche di decrescita lo dimostrano a Roma, ma anche al livello Nazionale. Qui si assiste ad una decrescita assistenzialistica.

Se a Roma non si fa niente, e si asseconda la decadenza nel suo decorso, al livello Nazionale si da una spinta alla decadenza stessa. Questo per via di una spesa assistenzialista sproporzionata. Distribuire soldi a chi è in età lavorativa, come avviene con la
politica economica in atto, più che combattere la povertà si finisce per accrescerla. Non solo perché aumenterà il debito, con tutte le conseguenze economiche che ne derivano. La politica di decrescita assistenziale incentiva uno spirito anti-produttivo diffuso. Si creano così le basi antropologiche per accettare culturalmente la nascita della “periferia- Italia”.

Ogni forma di resistenza al degrado viene attenuata. Come dire, più che una politica di sviluppo quella attuale sembra una forma di marketing per vendere la marginalità.

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