Rosatellum 2 ad alta tensione. Domani in commissione il voto sul testo base

Focus

Inizia il cammino della nuova legge elettorale, una strada in salita

Il Rosatellum bis entra nel vivo e per il momento i maggiori partiti non si sbilanciano, memori del precedente flop sul tedeschellum. Sembrava fatta, l’accordo a quattro sul testo di Emanuele Fiano aveva retto fino alla prova del voto in aula, quando è arrivata la retromarcia dei Cinquestelle. Era l’8 giugno scorso.

Ora c’è l’intesa sulla nuova legge, la seconda che porta il nome di un esponente del Pd, questa volta la paternità appartiene al capogruppo a Montecitorio Ettore Rosato, e da questa sintonia resta fuori il M5S che ieri, per bocca del neo candidato premier Di Maio, ha bollato la legge come “anticinquestellum”.

L’asse Pd-Fi-Lega-Ap reggerà? La prima verifica l’avremo domani mattina, quando saranno presentati gli emendamenti e il testo base sarà votato in Commissione Affari Costituzionali, alla Camera. La tensione è alta e per dissimularla i leader delle forze politiche in campo prendono la giusta distanza: come dire, è un affare del Parlamento trovare la quadra sulla legge elettorale e sia Renzi che Berlusconi che Salvini non vi fanno parte.

Non è un mistero che molti parlamentari di Forza Italia siano preoccupati di avere a che fare con una legge che prevede collegi uninominali dove ci si presenta in coalizione, il che significa al Nord dover cedere alla forza di Salvini e al Sud di apparire fragili. Il Pd intende invece rafforzare l’idea della coalizione, anche se la quota dei seggi eletti nei collegi uninominali resta minoritaria. La ragione che spiega la contrarietà dei Cinquestelle è del tutto evidente: non avendo radicamento sul territorio è difficile battersi nei collegi uninominali.

Il Rosatellum prevede un sistema misto, in cui il 36% dei seggi viene assegnato con sistema maggioritario e  il restante 64% con il proporzionale. Le novità riguardano anche la soglia di sbarramento, uguale per entrambi i rami del Parlamento: al 3% se una lista decide di correre da sola, al 10% se è in coalizione. Quote di genere, limiti alle pluricandidature e scheda unica di voto sono le altre.

Le difficoltà dell’impresa ci sono dunque, da una parte la “salvinizzazione” del voto nel centrodestra, pericolo intravisto non solo da Gianni Letta ma anche dalla leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni che si troverebbe schiacciata in una coalizione dove è certamente la più debole, dall’altra ci sono i maldipancia dei piccoli a sinistra, che pure si consolano con l’abbassamento della soglia al 3%.

Insomma, per ora le carte sono in tavola. Numeri  alla mano i voti ci sono, sia alla Camera che al Senato, ma molto dipenderà dagli aggiustamenti delle prossime ore. E nessuno può prevedere, alla prova dei voti segreti, quanti saranno i franchi tiratori.

Certo è che l’accordo regge su un testo semi-blindato, ed il rischio di rimettere tutto in discussione è un pericolo che ha già prodotto un primo scontro, quello tra il presidente del Senato Grasso  che ha sostenuto che l’accordo tra i partiti non può essere già chiuso e così chiudere la riforma e il presidente del Pd Orfini che gli ha risposto: “Mettere in contrapposizione la volontà dei cittadini a quella dei partiti è un argomento usato spesso soprattutto dalle forze che puntano sull’antipolitica”.

Perché in fondo la prossima partita sta tutta qui: nello spazio che c’è tra politica e antipolitica.

 

 

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