Dalla rete alle urne, passando per le piazze

Focus

Oltre ai like e ai follower, bisogna concentrarsi sui processi di ascolto e di coinvolgimento, digital listening e digital engagement

C’è un luogo comune insopportabile in Italia, sul rapporto tra politica e Rete. È l’idea che il Movimento Cinque Stelle abbia il primato e l’esclusiva di un sistema geniale di comunicazione digitale, tanto efficace da ottenere la fiducia di sempre più cittadini.

La piattaforma Rousseau è stata presentata da media e politologi con un alone di sacralità, come si trattasse della grande svolta, lo strumento più innovativo della politica, rendendo vecchio e inutile il sistema dei partiti tradizionali, delle associazioni, dei sindacati. Di innovativo c’è ben poco, però. La piattaforma dei Cinque Stelle è costruita su un banale applicativo di sondaggi e di Customer relationship management (Crm), quello che il marketing usa da decenni per gestire la fidelizzazione dei clienti.

Quello che Casaleggio (padre) ha aggiunto è il lavoro di costante coinvolgimento e di comunicazione. Ma copiandolo da altri. L’idea è stata adattare all’Italia il sistema avviato da MoveOn.org negli Stati Uniti e poi trasformarlo in partito. Quel movimento, davvero il primo, noprofit e apertamente progressista, è nato in California con largo anticipo rispetto ai social network e ha cominciato aggregando decine di migliaia di persone attraverso semplici petizioni via email. La prima, del 1998, chiedeva di togliere Clinton dall’impeachment per la questione Lewinsky e andare avanti con l’agenda di governo, da cui
“Move On”.

Dalla dimensione online MoveOn è passata presto a quella offline, costruendo una fitta rete di gruppi locali, coinvolgendo – grazie a Internet – anche persone molto diverse tra loro, magari estranee alla politica e alle forme di attivismo tradizionale. Quegli incontri, tenuti città per città fino alla più remota provincia americana, si chiamavano “meet-up”, espressione che in Italia conosciamo perché importata proprio da Casaleggio.

In un circolo virtuoso tra petizioni online e riunioni casa per casa, il movimento americano ha preso sempre più forza ed è diventato il più potente strumento di mobilitazione del mondo democratico – più dello stesso partito – contro George W. Bush, le sue riforme illiberali, le sue guerre in Medio Oriente. Nel 2008 MoveOn ha chiesto ai 3milioni e mezzo di iscritti quale candidato Dem appoggiare alle elezioni presidenziali e la maggioranza ha scelto Barack Obama.

La campagna ha raccolto oltre 30 milioni attraverso donazioni individuali di circa 20 dollari. La vitalità e la credibilità di questa organizzazione stanno essenzialmente nel restare movimento senza concorrere alle elezioni. Questo consente di continuare a essere member-driven, cioè orientata dalle proposte e dalle decisioni dei propri iscritti anche in modo critico rispetto ai Democratici e senza i limiti che la democrazia rappresentativa naturalmente impone, soprattutto quando si governa.

Ecco perché il sistema di consultazione costante della base sbandierato dal Movimento Cinque Stelle non può essere considerato serio né praticabile quando ci si trova ad amministrare una città o, peggio, un Paese.

Inoltre, il sistema di Casaleggio si regge su un meccanismo deliberatamente qualunquista nella scelta dei temi e della linea politica, proprio per aumentare il numero di adesioni. È la stessa logica dell’indicizzazione di Google – nella ricerca emerge il dato più popolare, non il più attendibile – e della piattaforma di petizioni Change.org che monetizza in base al numero di contatti, non alla qualità né tanto meno all’orientamento delle campagne.

Quello che i leader politici democratici hanno imparato dalla rivoluzione digitale è come usare strumenti nuovi per ascoltare meglio i propri sostenitori nel momento in cui elaborano i programmi, per estendere il consenso, per coinvolgere più volontari e raccogliere fondi dal basso, riducendo così il condizionamento delle lobbies. È il lavoro avviato da John Edwards e sviluppato da Barack Obama, per poi arrivare all’exploit di Bernie Sanders.

Attraverso Internet il candidato alternativo a Hillary Clinton nelle primarie del 2016 ha messo in moto una rete di centomila volontari e raccolto oltre 200 milioni di dollari.

Per questo motivo il dibattito sull’uso della tecnologia in politica non si può ridurre alla moltiplicazione dei contatti su Facebook, Twitter o YouTube, replicando lo schema ottocentesco di comunicazione “da uno a molti”. Il lavoro vero sta nel conoscere a fondo gli strumenti più interattivi per concepire e applicare strategie efficaci di partecipazione: dalla Rete alle piazze, alle
urne.

L’obiettivo dovrebbe essere quello di riconquistare lo spazio online per poi riattivare quello offline. L’ambizione è raggiungere attivisti, simpatizzanti e cittadini ormai scollegati dai partiti per (ri)portarli a discutere, a incontrarsi e mobilitarsi sull’agenda democratica. La Rete ci consente di risvegliare nelle persone quella “consapevolezza politica latente” per rifondare una concezione di cittadinanza e di sfera pubblica, oltre ogni retorica populista.

Il dibattito avviato da Alessio De Giorgi sul rapporto tra tecnologia e politica è un’occasione fondamentale di chiarimento e di proposta per il futuro del Partito Democratico, per uscire dalla crisi della partecipazione e del consenso. È necessario che le forze progressiste italiane si aggiudichino il primato della Rete in senso inclusivo e interattivo. Oltre ai like e ai follower, concentriamoci sui processi di ascolto e di coinvolgimento, digital listening e digital engagement. Non possiamo lasciare tutto questo all’azienda di Casaleggio e alle sue improvvisazioni di democrazia.

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