“Up and down” di Paolo Ruffini, quando il teatro diventa arcobaleno

Focus

Spettacolo leggero e commovente del comico livornese al Teatro Brancaccio di Roma

Forse ha proprio ragione il filosofo tedesco Wilhelm Schmid in questo suo testo, di densità e garbo, intitolato La pienezza della
vita (Fazi, pagg. 185, euro 18), là dove dice, nelle pagine iniziali, che il nostro secolo è caratterizzato contemporaneamente da un
colpevole “silenzio sulla felicità”, su come definirla e raggiungerla tutti insieme, e da una “isteria” nel tentativo tutto adrenalinico e solipsistico di anelare ad essa e conquistarsela a tutti i costi.

Il comico livornese Paolo Ruffini, dal palcoscenico del teatro Brancaccio di Roma, quasi gli fa eco, nel pieno di questo suo “Up and down” (prossima data, sempre al Brancaccio, il prossimo 26 novembre), spettacolo leggero e commovente che vede la partecipazione di 6 giovani attori, uno autistico e cinque con la sindrome di Down, della compagnia Mayor von Frinzius nata nel 1997, diretta dal regista Lamberto Giannini, e in collaborazione con l’associazione “Haccompagnami”. Non conosciamo più la
gamma linguistica della bontà – scuote il pubblico Ruffini -, parola che ci paralizza e costerna perché non sappiamo più fletterla nelle pieghe reali della vita quotidiana, mentre titoli giornalistici e paranoie pubbliche e private vanno verso terremoti, cataclismi, guerre e piaghe sociali. E questi sì che sappiamo riconoscerli, e fanno pure share…

Suggerisce Schmid. “La felicità della pienezza coglie la vita in tutta la sua contraddittorietà, tra gioie e angosce, tra potenza e impotenza, tra attività e inerzia, speranza e delusione, condivisione e solitudine, amore e aridità, tra futuro e passato, tra finito e infinito, tra senso e insensatezza, tra felicità e…infelicità”.

E come dargli torto. Qui nell’allegra combriccola di Ruffini è tutto un fuoco di fila di irriverenze e scambi di ruolo, di
capitomboli della ragione e teneri abbracci all’imprevisto. Perché una gioiosa accettazione delle proprie debolezze spalanca le porte della vita nella sua totalità molto di più di quanto il miserabile totalitarismo delle discriminazioni e degli stigmi faccia con le armi mortifere del giudizio di “normalità”, relegando ogni giorno persone dolcissime e capacissime nei recessi più mesti delle relazioni.

“Tante persone non sono abili alla felicità o all’ascolto: questi attori invece dimostrano di essere dei resilienti, di avere una tale
confidenza con la vita e con il sorriso, che sarebbe più corretto definire Sindrome di UP! Siamo tutti diversamente abili,
diversamente normali e se c’è qualcosa che ci accomuna è proprio la diversità” – afferma Paolo Ruffini. E allora, ecco l’attore
down che dice al collega in carrozzina che è un “poveretto” perché non può muoversi, eccone un altro che dice che down lo
era prima, perché “ora sono guarito”, eccone un altro ancora che di sé dice di essere e di voler continuare ad essere in futuro né
più né meno che un “down normale”.

Calembour linguistici gustosissimi, salti di senso, stereotipi presi in contropiede, autogol apparenti che sanno di giocosa profondissima autocoscienza, ironie metafisiche, gag surreali che asciugano il gas della realtà, venefico e violento, piccole filosofie coi trampoli per sopportare meglio il disagio dell’esistere, le ferite e le fragilità che sono il denominatore comune di ogni individuo che pretenda definirsi uomo o donna su questa terra.

E allora, che conta se tutti i protagonisti in scena, cosiddetti “down”, mancano d’un soffio la perfezione nella loro voluttà di esibirsi come “capaci” e “alla pari” con chi ha dotazioni psicofisiche “standard”? Sei una femme fatale un po’ cicciottella, stecchi qualche nota nell’acme di “Vincerò”, vuoi fare il play boy con la pancetta? Siamo tutti uguali nelle prove della vita, nel tentare di farcela, nel dimenticarci chi siamo rischiando che la corona cada nel fango, tutti ci adoperiamo, tutti ci liberiamo da qualcosa, tutti abbiamo un patibolo da schivare, un piccolo eden da edificare, una pertica su cui arrampicarci verso il cielo, una “malattia” che da un’altra prospettiva è una risorsa, e non un’eresia della natura.

E il ragazzo sulla sedia a rotelle giustamente dice a Ruffini con modi spicci: “Sei un handicappato, non mi sai nemmeno spingere”. Giustissimo. Siamo tutti menomati, tutti privati, tutti bisognosi di imparare con umiltà, tutti renitenti alla leva della vita, tutti col ciuffo scarmigliato di fronte alle tempeste della miseria da cui proveniamo. Tutti ci possiamo spezzare e sentire
esuli nel nostro mondo abitato da quelle maggioranze che non sopportiamo. Come quando Ruffini ci ricaccia nel dolce pantano
della memoria storica con un quadro intitolato al “C’era una volta”.

Una volta c’erano i programmi televisivi visti tutti insieme in famiglia o al bar, le mamme che si arrabbiavano per lo scatto
uscito male di fronte alle vecchie mitiche macchinette fotografiche, i papà che scendevano giù da basso per “riscaldare
l’automobile” prima di partire per le vacanze, i gettoni telefonici, l’arte di sparire per non farsi trovare, tanto i cellulari con migliaia di app erano solo fantascienza.

Anche la nostalgia ci rende down, esclusi, disillusi, stregati dai ricordi, avvelenati dalla frenesia e dal ciarpame della modernità.
Down, allora, non è e non sarà mai un’etichetta clinica, ma solo uno stato d’animo passeggero, un’occasione di riscatto o di
sconfitta, ma pregna di affetto e di significato, lacrime e cerone per la recita di tutti, down come clown che soffre ridendo davanti
ai bambini. Per ora “Up and down” è anche uno spettacolo bello, struggente, folkloristico e pedagogico.

Schmid dice che il pensiero del futuro è “farci amico il fallimento”. La prossima volta che vediamo un “down” per strada applaudiamolo a prescindere. Perché incarna quello spiritello benigno che dice a noialtri: brutto cretino che ti pavoneggi col tuo corpo scolpito e le tue parole ignobili, svegliati, curati tu, e riapriti al vero amore.

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