Per un salario minimo che includa diritti e tutele

Focus

Un livello salariale minimo uguale per tutti è astratto dalla realtà. Con la proposta del Pd diamo valore di legge ai trattamenti minimi tabellari

Il disegno di legge sul salario minimo appena presentata dai membri Pd della Commissione Lavoro del Senato, primo firmatario Tommaso Nannicini, va nella giusta direzione. La proposta innova radicalmente le ipotesi che sono state fin qui avanzate sul salario minimo, che si basavano su alcuni disegni di legge (del Movimento 5 Stelle e dello stesso PD) che prevedevano la fissazione di un salario di 9 euro orari (non è chiaro se complessivo o tabellare) da applicare in modo universale a tutti i lavoratori, anche a quelli che hanno già un contratto di lavoro e indipendentemente dall’appartenenza ad una categoria merceologica.

La nuova proposta del PD, invece, intende conferire valore di legge ai trattamenti minimi tabellari definiti dai contratti nazionali di ciascuna categoria, per ogni qualifica prevista dall’inquadramento professionale: contratti che siano stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi. Mentre un salario di legge, parallelo, si può definire, in via transitoria, solo per chi non ha ancora un contratto di lavoro, istituendo una apposita Commissione presso il CNEL che avrà il compito di stabilirne l’importo.

La Commissione (Commissione paritetica per la rappresentanza e la contrattazione collettiva), costituita con le parti sociali, avrà anche il compito di definire i criteri di misurazione e certificazione della rappresentatività delle associazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro. Con questa scelta si riafferma il fatto che è la contrattazione lo strumento attraverso il quale vengono definiti i vari aspetti dei rapporti di lavoro. E tra questi, i cosiddetti minimi tabellari che stabiliscono – contratto per contratto – le retribuzioni al di sotto delle quali non si può comunque andare e che, nella proposta del PD, avranno il valore della legge.

Retribuzioni che possono essere incrementate dalla contrattazione individuale o da quella collettiva esercitata a livello territoriale, aziendale o di gruppo. Dunque, la contrattazione collettiva, a partire dal livello nazionale, ha sempre permesso alle parti sociali di stabilire, oltre a tanti altri aspetti del rapporto di lavoro, livelli salariali aderenti alla realtà delle singole categorie. Perciò, definire per legge un livello salariale minimo uguale per tutti, anche per chi ha un contratto di lavoro – di fronte alla complessità del mondo della produzione – appare come un obiettivo velleitario e astratto dalla realtà. Un’altra bandiera pre elettorale che può danneggiare i lavoratori e destabilizzare il modello contrattuale.

Ai 5 Stelle sembra sfuggire il fatto che oltre la paga base, le retribuzioni contrattuali contengono scatti di anzianità, progressione professionale, maggiorazioni per straordinari e turni, ferie, festività, permessi retribuiti, Trattamento di fine rapporto e previdenza complementare, oltre alle tutele in caso di malattia, maternità e infortunio: diritti e tutele che vanno ben al di là di un minimo tabellare.
La strada imboccata dal Partito Democratico con la nuova proposta di legge su questa materia è, perciò, quella più giusta e ci auguriamo che venga condivisa dal Parlamento.

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