Salario minimo, ecco perché si tratta di un sostegno ai sindacati

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Quella proposta dal Pd è un’integrazione funzionale che contempera l’interesse alla tutela dei soggetti deboli nel mercato con il rispetto dell’autonomia delle parti sociali

Diciamolo subito: una norma di legge sul salario minimo può operare in funzione antisindacale o può diversamente assicurare un sostegno indiretto all’azione sindacale. La differenza è abissale, ma sta tutta nel rapporto che si instaura tra la fonte autonoma e quella eteronoma. Nella proposta del Partito democratico la regolazione legislativa sul salario opera soltanto là dove non vi sia copertura contrattuale e non esclude che discipline diverse – relative al “quanto” ma anche al “come” – possano essere dettate dalla contrattazione collettiva. Dunque, il timore di una concorrenza del legislatore verso il sindacato non sembra trovare ragionevole fondamento.

Al contrario, il tentativo non nascosto è di incentivare la concreta applicazione dei contratti collettivi nelle aziende che non ne siano altrimenti vincolate. Perché questo è il vero problema nel nostro Paese: come dare stabilità al sistema contrattuale ed efficacia generale al contratto collettivo. Ed è questione che tocca i nodi radicali della rappresentanza, e più quella delle imprese piuttosto che quella dei sindacati, come dimostra l’intenso e prolungato lavorio per definire regole comuni di misurazione della rappresentatività.

Neppure può dirsi che la sola presenza di una norma di legge destinata a stabilire un importo salariale minimo per ora di lavoro sia tale da determinare una fuga dalla contrattazione da parte delle imprese già vincolate al contratto collettivo di riferimento. In primo luogo, il valore di quell’importo (9 euro) non è da considerarsi di scarso rilievo, considerando peraltro che è computato al netto degli oneri e ha valore proprio, dal momento che a determinarlo non possono essere considerate altre voci retributive a carattere indiretto.

In secondo luogo, deve considerarsi che i contratti collettivi hanno già superato, da molto tempo, la funzione di mera determinazione tariffaria per diventare strumenti regolativi a carattere molto ampio, oltre che assumere anche la funzione di parametro di calcolo in funzione previdenziale.

È arduo ritenere che una impresa già vincolata all’applicazione del contratto collettivo possa determinarsi per l’uscita dal sistema contrattuale per la sola esistenza di una norma di protezione dei lavoratori, peraltro derogabile dai contratti collettivi medesimi. Forse, a ben vedere, un incentivo significativo a sfuggire al sistema contrattuale sta più nella necessità impellente di modernizzare il sistema stesso e di adeguarlo ai nuovi e diversificati modelli organizzativi e produttivi che non nell’esistenza di una norma sul salario minimo.

Meno arduo, invece, è ritenere che l’introduzione del salario minimo possa sollecitare l’ingresso nel sistema contrattuale delle imprese più deboli, al fine di poter beneficiare dell’eventuale deroga contrattuale prevista dalla proposta del Partito democratico.

Nessuna contrapposizione dunque tra legge e contratto collettivo ma semmai una integrazione funzionale, contemperando l’interesse alla tutela dei soggetti deboli nel mercato con il rispetto dell’autonomia delle parti sociali. D’altronde, diciamolo con semplicità: saper integrare interessi diversi nella prospettiva della più ampia giustizia sociale è patrimonio fondamentale e irrinunciabile del Partito democratico.

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