Come salvare l’Europa dei cittadini. Il libro di Sommella

Focus

Per salvare l’Europa da rabbie e nazionalismi

Alcuni mesi dopo la caduta del Muro di Berlino, in un articolo intitolato “L’Europa in rovina”, Hans Magnus Enzensberger ha fatto una constatazione drammatica. Il bastione europeo, espressione la cui paternità dev’essere attribuita nientemeno che a Joseph Goebbels, un tempo dall’evidente significato militare, oggi ha assunto una concezione economica e demografica. Dove c’erano cannoni e decine di milioni di morti, oggi c’è la dittatura dello spread e del creditore, i programmi di rientro dal debito imposti da Washington e Francoforte, l’austerity, il finanzcapitalismo e, inevitabilmente, milioni di nuovi poveri. Milioni di arrabbiati. È emerso così agli occhi dei più un carattere non democratico dell’Unione europea, di stampo tedesco, la sua opacità, il linguaggio sclerotizzato della sua burocrazia che col pretesto di armonizzare avrebbe invece distrutto l’ideale alla base della costruzione europea. Un panzer germanico in una steppa sovietica, dove tutti sono uguali e sudditi. Ciò dovrebbe indurre un’Europa in pieno boom a non dimenticare le sue macerie di appena pochi decenni fa. La grave malattia dell’Europa è diventata la secessione, in principio tra individui e poi tra Stati. Non quella della Gran Bretagna ma quella catalana. Perché tante altre ce ne saranno, avverte, non senza ragioni, Giordano Bruno Guerri2.
Paradossalmente per l’Ue sarebbe meglio avere 50 deboli Stati regionali come la Catalogna che 28 Stati nazionali forti. Il controllo e la centralizzazione del potere sarebbe molto più facile. Oggi l’Unione è il massimo della diversità nel minimo spazio, mentre in molti hanno nostalgia della forza distruttiva di quello che rappresentava l’Unione Sovietica, il minimo di diversità nel massimo spazio. Dimenticano che essa annientò minoranze, opposizione, ceti, libertà. Rimpiangono i vecchi stemmi, le corone, le monete nazionali come se fosse possibile tornare indietro al 1914 senza far scoppiare di nuovo una guerra. E non ci sono più le idee ad alimentare di piazza in fabbrica le rivolte sociali contro i sovrani, Lenin non avrebbe più bisogno di ammirare travestito con cappello e barba finta l’esito dei suoi scritti nella Rivoluzione d’ottobre.
Oggi il cappuccio spesso si indossa sui social, che cambiano direttamente la percezione di se stessi e con essa quello in cui si crede. Se si crede. Alla radice della rabbia c’è un cambiamento mentale. Sostiene Susan Grenfield3 che gli utilizzatori di Facebook sono più soddisfatti delle proprie vite quando pensano che i propri amici siano un pubblico personale a cui trasmettere unilateralmente informazioni, rispetto a quando hanno scambi reciproci offline.
Le relazioni digitali sarebbero quindi «legate a una minore depressione, a una ridotta ansia e a un maggior grado di soddisfazione alla propria vita».
Lo psichiatra Massimo Ammaniti, nella formazione della propria vita su Internet può prendere corpo uno scenario orwelliano, un mondo distopico, in cui si è costretti a vivere dove viene meno il senso agente di sé perché qualcun altro decide del nostro futuro senza che ne abbiamo consapevolezza. La rete amplifica così i pregiudizi, premia le discriminazioni, costruisce nemici semplicemente cucendo addosso al diverso il vestito dell’avversario, nega l’evidenza, dall’Olocausto all’11 settembre, peggiora l’individuo che vi si affaccia senza anticorpi, senza critica. E alimenta infine la rabbia.
Così, mentre cambiava l’Europa che si trasformava in un’Unione di nuovi nazionalismi, in fuga da Bruxelles come prima da Mosca, cambiavamo anche noi e nasceva un nuovo populismo antropologico. Quello di coloro che non combattono l’autorità, bensì la rimpiangono e nel mentre si scagliano contro chi non la pensa come loro, chi crede di conoscere e resta in silenzio, chi accoglie e non reclama, chi integra senza discriminare, chi accumula senza condividere come ai tempi della Comune di Parigi. Gli arrabbiati muovono la cronaca nella speranza che diventi storia. Bisogna fermarli, il tempo rimasto si fa sempre più breve.

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