Salvini preferisce i comizi. Oggi in Campania, ma non va a Napoli

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Sulla sicurezza taglio ai fondi e pochi uomini: il tragico ferimento di Noemi ha scoperchiato l’ennesima voragine nell’azione di governo

Avellino, Salerno, Aversa e San Giuseppe Vesuviano: sono le tappe campane che il ministro dell’Interno aveva in agenda per oggi, e che nonostante l’agghiacciante episodio del ferimento a Napoli della piccola Noemi, ancora in coma farmacologico e in lotta fra la vita e la morte, non ha subito alcun cambiamento. Dunque nessun passaggio al Santobono di Napoli – che dalle tappe organizzate dal ministro non disterebbe poi molto -, dove la piccola di 4 anni è costantemente assistita, oltre che dai genitori, da un’equipe medica che ha compiuto un mezzo miracolo nel tenerla aggrappata alla vita.

Del resto il voto per le europee e le amministrative è alle porte, e per il titolare del Viminale la presenza fisica accanto a chi, da innocente, è finito in pieno giorno sotto i colpi della camorra nella terza città d’Italia non deve essere apparsa come una priorità. Meglio affidarsi ai soliti rassicuranti selfie con sostenitori e fan e al solito, immancabile, ‘bacio ai rosiconi’.
Certo il ministro monta abilmente la suspence su una possibile visita, annunciando: “Prima lo farò, poi ve lo dirò”; ma resta il fatto che il segnale forte, quello che avrebbe voluto le istituzioni immediatamente presenti accanto alle vittime, è mancato.

Un atteggiamento che denuncia, nei fatti e nelle parole, un antico vizio della Lega che evidentemente il lifting imposto da Salvini non è riuscita a cancellare del tutto: quello di guardare ai guai del Sud, criminalità organizzata in testa, come a una specie di male endemico e – questa, evidentemente, l’illusione – circoscritto, con il quale chi ha la sfortuna di nascere da quelle parti è invitato in qualche modo a fare i conti da solo. Un retropensiero reso plasticamente esplicito, del resto, dalle parole di ieri del ministro (sulla carta) deputato alla sicurezza, che ha auspicato come soluzione che i camorristi “si ammazzino tra di loro”, ammattendo insieme l’ignoranza del problema e, come diretta conseguenza, l’impotenza sulla possibile risposta.

Ignoranza del fatto che la camorra (che noi preferiamo scrivere con la minuscola, a differenza dell’altro vicepremier e grande assente, Luigi Di Maio), arriva a sparare tra la folla proprio perché convinta di essere, prima di tutto, espressione incancellabile di una cultura e di una società. Un cancro che più si sente forte e più si convince di potersi permettere tutto, anche di lasciare dei bambini a terra come danno collaterale.

E impotenza sulle soluzioni, dicevamo, perché al netto dei proclami sul calo dei reati, un dato costante dal 2014, non solo questo governo ha stanziato quest’anno appena 4,9 milioni di euro per le forze dell’ordine, non ha rinnovato il contratto di lavoro dei poliziotti e da un anno costringe quegli stessi poliziotti a straordinari non pagati; ma anche sull’altro versante, quello degli investimenti per città e periferie, ha dimostrato miopia, tagliando i fondi ai quartieri delle città stanziati dai governi di centrosinistra, poi recuperati solo grazie a un intervento dell’Anci.

L’episodio terribile di Napoli ha dunque scoperchiato l’ennesima voragine del cosiddetto ‘governo del cambiamento’, di fronte alla quale il ministro dell’Interno che continua ad aggrapparsi alla solita cantilena del ‘non apriremo i porti’ o di ‘Avellino agli avellinesi’, nel tentativo estremo di continuare a giocare la carta della divisione e della guerra fra poveri, suona ormai come un disco rotto.

Una maschera che comincia a scricchiolare anche di fronte all’opinione pubblica, visto che nelle tappe campane dell’inamovibile tour elettorale, oltre ai soliti groupie Salvini ha trovato ad accoglierlo anche contestazioni e manifestazioni di protesta, che al grido di ‘Avellino non si lega’ o ‘Salerno non si lega’, hanno dimostrato che qualcosa, nella luna di miele iniziata il 4 marzo, ha iniziato a rompersi.

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