E ora la destra prova a cristianizzarsi. Il no delle diocesi

Focus

Il “giuramento” sul Vangelo e la Costituzione di Matteo Salvini risponde a un’esigenza precisa: identificare sé stesso e il movimento con dei simboli riconoscibili da tutti

In vista del voto del 4 marzo, la destra italiana, estrema e nazionalista nei modi e nei contenuti, prova a cristianizzarsi, a rifarsi il trucco per confondere un po’ le acque. Il tentativo è quello di darsi una patina di credibilità e di tranquillizzare un po’ l’opinione pubblica dopo i furori di una campagna elettorale segnata da toni aggressivi, allarmismi sociali, fake news, insulti.

D’altro canto, dimenticato l’armamentario guascone di corni, elmi e carrocci in stile Pontida, la necessità concreta della Lega in particolare, è quella di rendere visibile una identità costruita su una tradizione riconoscibile da un’ampia fetta dell’elettorato provando a uscire dalla ridotta dei riferimenti storici oscuri, dalle mezze e imbarazzanti riabilitazioni del Ventennio nero (“Mussolini ha fatto tante cose buone”).

La sceneggiata di Salvini con il Vangelo

Per questo il “giuramento” sul Vangelo e la Costituzione fatto dal leader della Lega Matteo Salvini, nel corso di una manifestazione a Milano, per quanto improbabile come trovata, corrispondeva a un’esigenza precisa: identificare sé stesso e il proprio movimento con dei simboli che fossero riconoscibili da tutti, il Vangelo appunto, oltre la Costituzione.

Il modello è mutuato dall’America – dove si giura sulla Bibbia – e dunque appare un po’ improvvisato, un “copia e incolla” fin troppo scontato. Quando Salvini dice di voler applicare “davvero” la Costituzione “rispettando gli insegnamenti del Vangelo”, appare infatti, immediatamente, assai poco credibile (un Vangelo xeonfobo e violentemente anti-immigrati, nazionalista o padano non è ancora stato scritto); tuttavia il leader della Lega accompagna queste uscite con affermazioni politiche più concilianti e meno rumorose del solito.

Va da sé che il capo della Lega si è appropriato decisamente di simboli religiosi – il Vangelo, e il rosario anche – per utilizzarli a proprio piacimento in campagna elettorale. L’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, ha segnato la distanza dal comportamento del leader leghista chiedendo che “ai comizi si parli di politica”, Salvini, da parte sua, lo ha invitato a un confronto. Che fra il magistero della Chiesa e la Lega nord non ci sia in questo momento grande intesa è un fatto noto, ma appunto Salvini – che pure ne è consapevole –  ha rotto gli indugi e ha scelto di utilizzare l’argomento cristiano come argomento comunque popolare.

CasaPound non c’entra niente con il Cristianesimo

Non va poi dimenticato che alla destra della Lega sta scaldando i motori CasaPound, organizzazione neofascista pronta ad appoggiare Salvini premier; Casa Pound, tuttavia, non vive (solo) di nostalgie: Il gruppo, infatti, punta le proprie carte su un forte identitarismo nazionalista (e qui siamo a un classico) mescolato a un approccio decisamente aniteuropeo, xeonfobo e razzista. È l’Italia autarchica delle frontiere chiuse, dei dazi doganali, che non vuole l’euro o lo guarda con sospetto, quella che prova a farsi largo nell’immaginario leghista e neofascista, e per questo ha bisogno però di un ingrediente che faccia da amalgama ideologica oltre le improbabili ricette economico-sociali.

Per questo spuntano fuori le radici cristiane, ben distanti dal cristianesimo praticato da milioni di europei ormai da decenni, fondato sull’incontro con l‘altro, la costruzione di comunità solidali, l’impegno per la pace, il dialogo ecumenico. Ciò che conta, a destra, è unire in un unico discorso la cattedrale e la nazione (se possibile anche la razza), e da questo punto di vista, a ben guardare, il richiamo al fascismo prima maniera è abbastanza evidente per quanto aggiornato ai tempi.

Di certo, tuttavia, la giovinezza della destra italiana, più o meno neofascista, cresciuta fra anni ’70 e ’90 del secolo scorso, fatta di miti nordici, di celtiche, di una vocazione pagana e anticristiana, è stata soppiantata dalla ragion politica in forza della quale è stato necessario identificarsi con simboli più diffusi e universali come sono quelli cristiani, per quanto travisandone o mistificandone il senso (in qualche modo è la traduzione nostrana nel modello fondamentalista americano).

Il no di tante diocesi italiane

Su questo piano, tuttavia, cioè in vista delle prossime elezioni, si stanno moltiplicando i documenti delle varie diocesi italiane che danno alcune indicazioni di fondo; e se la presa di distanza dagli eccessi leghisti è abbastanza inevitabile – così come diffusi sono gli appelli a recarsi alle urne, a non disertare per rassegnazione l’appuntamento – da sottolineare la lucidità di alcune prese di posizione, come quella dell’arcidiocesi di Lecce. In una lettera aperta in vista del voto del 4 marzo, il locale ufficio per la pastorale sociale e del lavoro afferma fra le altre cose: “Sulle scelte importanti ancora da compiere per accompagnare e consolidare la crescita per rimettere in moto quella scala sociale che nei decenni passati ha consentito al figlio dell’operaio di acquisire maggiori livelli di benessere rispetto a quelli della famiglia di provenienza, non è indifferente la serietà e la credibilità di chi è chiamato a compiere quelle scelte”.

“Non solo – prosegue il messaggio – non è neppure indifferente il contesto europeo che può ostacolare o facilitare le politiche di sviluppo. Oggi ci troviamo infatti ad un bivio: da una parte i Paesi che intendono riprendere e portare a compimento il progetto di una integrazione europea sempre più forte; dall’altra i Paesi che vogliono frenare se non addirittura interrompere il processo verso la creazione degli Stati Uniti d’Europa. Solo Istituzioni europee più forti e solidali potranno assicurare maggiore crescita e quindi maggiore occupazione. C’è bisogno, allora, di una classe dirigente che rifiuti ogni velleità sovranista e torni a respirare il sogno europeo che fu di De Gasperi e di tanti altri politici di ispirazione cristiana”.

“Le disillusioni, la stanchezza, l’indifferenza, il ‘tanto sono tutti uguali’ – si spiega ancora – sono un lusso e per noi che ci diciamo cristiani anche un peccato. Papa Francesco ci sollecita ad abbandonare un cristianesimo benpensante e chiuso nelle sagrestie. Una Chiesa in uscita è una Chiesa non solo fisicamente vicina a tutte le periferie ma è anche una Chiesa spiritualmente libera nell’esercizio del discernimento. Ecco la nostra responsabilità: esercitare il necessario discernimento perché il cammino democratico del nostro Paese non abbia arresti o cadute”.

Se questa è una voce nitida, non è certo l’unica, né i cattolici voteranno per un solo schieramento. Tuttavia la campagna elettorale, anche nella sua durezza, a tratti nella sua violenza, ha fatto emergere prospettive concrete nettamente alternative fra di loro e blocchi di valori e di modelli culturali differenti, realtà con le quali il mondo cattolico e quello ecclesiale, già da qualche tempo, hanno cominciato a misurarsi aiutando a compiere un cammino di presa di coscienza pezzi della società italiana.

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