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Salvini svende l’Ilva

Su Ilva, come su tutte le questioni nevralgiche nel nostro Paese, ora più che mai bisogna dire parole di verità. Ce le aspettiamo da chi governerà questo paese per i prossimi cinque anni.

La domanda è semplice: quell’acciaio ci serve o no? Siamo consapevoli di quanto costerà chiudere la più grande acciaieria d’Europa? Lo dico con riferimento al sistema paese pensando a quella manifattura che, dopo decenni, ha visto un Governo ricominciare a pensare in termini di politiche industriali, alle decine e decine di imprese dell’indotto, all’innovazione e allo sviluppo di competenze che essere uno dei player mondiali dell’acciaio significa. Sappiamo già chi pagherà il conto della bonifica? Sappiamo già in quanti tempi potrà avvenire? O dopo le scie chimiche immaginiamo il passaggio di qualche fatina buona che fa il lavoro al posto nostro?

Chiudere Ilva, in 24 ore o progressivamente come sentiamo ripetere da giorni e giorni, significa innescare un processo a cascata che non servirà né all’ambiente né alla salute dei cittadini né al lavoro, e nemmeno a riconvertire Taranto con un grande accordo di programma come si dice illudendo le persone nello sciocchezzaio che pare regnare sovrano.

Di fronte a queste posizioni è lecito chiedersi: chi farà gli investimenti necessari? e i 300milioni di copertura per i parchi minerari che l’Amministrazione straordinaria sta anticipando in attesa del subentro di Mittal, continueranno ad essere spesi? e come verranno reimpiegati 13mila 800 lavoratori?

Chiudere Ilva significa sapere, qui e adesso, chi pagherà il conto della bonifica e quello di una città che potrà esporre, tra le emergenze ambientali, il più grande cimitero industriale di cui si abbia memoria. Mentre Bagnoli è ancora lì a ricordarci una dimissione senza fine.

Poi si tratta di spiegarlo a tutta la filiera meccanica per cui il nostro paese è leader nel mondo perché sono quelle imprese ad acquistare l’acciaio prodotto all’Ilva. Spiegarlo significa anche dire alle imprese della meccanica fine che da ora in poi compreranno acciaio di qualità – forse – ma a costi maggiori. Dire ai lavoratori di quelle imprese che le stesse diventano così meno competitive. E dirlo a chi a Genova aveva ricominciato a pensare in termini di ripresa, chiudendo il cerchio con il Porto. E’ questo sovrappiù di verità banale e laica, questo occhio semplice sulla cose che non si palesa.
Una verità banale e laica che evidenzia come quel tratto di cultura anti-industriale presente nel nostro Paese non sia mai venuto meno. Esiste, resiste, orienterà molte delle future scelte politiche e oggi veste i panni di un governo giallo-verde. E’ bene saperlo. Perché è anche da lì che discendono le cose ai limiti dell’incredibile ascoltate in questi mesi su Ilva e dettate da pregiudizio, assoluta mancanza di conoscenza della realtà, ignoranza dello specifico industriale. Chi, fra quanti continuano a dissertare, ha mai visto una fabbrica, è mai entrato in un capannone industriale o in un laboratorio di ricerca? Questo mi terrorizza. Per ciò che questo significa e potrebbe accadere perché non sarà una guerra per comunicati stampa e tweet ma un massacro sociale.

Ed è per questo che ancora, ostinatamente, continuo a ritenere la proposta avanzata dal Governo un buon punto di partenza e faccio appello a tutte le parti al tavolo perché vogliano trovare e costruire la base migliore di accordo nella consapevolezza che l’accordo non è la chiusura di una trattativa ma l’apertura di un percorso.

I cittadini, e non solo quelli di Taranto, hanno il diritto di sapere se la Lega e Matteo Salvini ritengano che Ilva sia parte essenziale dell’interesse nazionale, se sia uno dei terminali di quelle imprese di qualità che dicono di voler difendere a spada tratta in Europa o se, per uno strapuntino di governo, abbiano già deciso di vendersi l’anima e svendere le eccellenze del nostro Paese.

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