Ma siamo sicuri che Salvini reggerà? I dubbi sul “Capitano”

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Il consenso è volatile e gli elettori cambiano in fretta: ne hanno parlato Sechi e Annunziata: “Salvini non è nuovo ma interpreta i nuovi tempi”

All’inizio del 2016, quando la leadership di Renzi sembrava prosperare, il politologo Giovanni Orsina – ne La democrazia del leader – metteva in guardia: chi raccoglie un grande consenso interpretando le aspettative popolari rischia di perderlo non appena verrà percepito un tradimento di quelle aspettative.

Sappiamo com’è andata. Ora l’astro nascente si chiama Matteo Salvini e la pubblicistica politologica concentra l’attenzione su di lui. Per capire come si è affermato e, in prospettiva, se si tratta di un fenomeno transitorio o destinato a durare.

Ne è un esempio il libro di Lorenzo Pregliasco e Giovanni Diamanti Il fenomeno Salvini (ieri l’intervista al primo dei due) di cui si è discusso ieri nella sede dell’Enciclopedia italiana con Eva Giovannini, Mario Sechi e Lucia Annunziata. Gli autori ed Eva Giovanni hanno spiegato l’efficacia della strategia comunicativa nella costruzione del personaggio, ma Annunziata e Sechi ribaltano il punto di vista: nessuna strategia comunicativa può imporre una leadership che non abbia già di suo gli elementi per emergere. In fondo si può dire in una sola parola: carisma.

Che a sua volta è la capacità in una determinata fase storica, di entrare in sintonia con l’autorappresentazione di un popolo, confermandola e prosperqandoci: «Il rebranding di Salvini – ha detto Sechi – è quello della nazione italiana. Non è stata un’operazione a tavolino di marketing, ma ha coinciso con la ristrutturazione dell’immaginario degli italiani». A suo parere «Salvini e Di Maio non sono influencer ma follower, sono guidati dall’umore dell’elettorato». Ancora: «Salvini non è logos ma istinto».

Il che non vuol dire che il modo di comunicare sia ininfluente: il leader della Lega ha cioè capito che «va levigata l’ansia che creano i suoi messaggi, e il telefono a gettoni è un “nostaglia marketing” che bilancia il tutto. Mentre Di Maio è un “rancore marketing”, e anche se gli italiani sono in preda al rancore, come ha detto il Censis, non lasciano il governo a uno sempre incazzato».

Ancora più netta la tesi della direttrice di HuffPost: «La comunicazione può solo esprimere una leadership che c’è o non c’è. O sei uno che ha carisma o no. Un leader è empatico, costruisce una “relazione sentimentale” con il popolo. Ad esempio il problema di Renzi, che assomiglia a Salvini, è stato che la focalizzazione sulla modernità non gli ha fatto vedere le conseguenze sociali di quel passaggio».

Però, a differenza di quel che sostengono Pregliasco e Diamanti, l’atout di Salvini, che lo differenza da Di Maio e costituisce il vantaggio che il leader della Lega ha sul capo politico dei Cinquestelle, «è che lui ha dietro un partito, un rete di amministratori capaci di alzare il telefono e dirgli quando sbaglia».

Ma quanto dura Salvini? Per Sechi la leadership di Salvini «è fortemente a rischio: più il tempo passa, più la sua centralità rischia di sfumare.  Con un paragone naturalistico, il direttore di List dice che «l’acqua tracima, poi i fiumi tornano nell’alveo. Lui batterà anche le leggi della fisica? Ho i miei dubbi».

Insomma Salvini si deve sbrigare: «Se rompe dopo le europee si salva». Il che sarebbe possibile in quanto «il Quirinale comincia a non considerare impensabile lo scioglimento delle Camere. Smentiranno ma abbiamo le nostre buone fonti».

In definitiva, se per Annunziata «Salvini non è nuovo ma interpreta i nuovi tempi», Sechi, prevedendo il ritorno nell’alveo dopo l’esondazione, gli dà un suggerimento pratico: rompere con Di Maio, tornando con il centrodestra, prima che si realizzi la profezia di Orsina. E può darsi che il vicepremier ne sia convinto di suo.

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