Il No del Nord al caos (politico ed economico) voluto da Salvini

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Il mondo imprenditoriale e produttivo si è mosso per far capire al leader della Lega che è stando dei suoi tatticismi e del suo cinismo

“Senatore Salvini, Onorevole Di Maio, ma voi l’avete spiegato ai vostri elettori cosa comporterebbe il famoso piano B che prevede l’uscita dell’Italia dall’euro?”. Queste parole portano la firma di Lupo Rattazzi, quinto figlio di Susanna Agnelli e Urbano Rattazzi, presidente della compagnia aerea Neos e membro del Cda di Exor. L’imprenditore ha comprato una pagina sul quotidiano La Repubblica per porre questa domanda (retorica) ai leader dei due partiti che da ormai quasi tre mesi stanno tenendo in ostaggio la scena politica. La lettera di Rattazzi è però solo la punta dell’iceberg del malcontento di un mondo, quello imprenditoriale del “Nord produttivo”, che in questi giorni ha alzato esponenzialmente il livello d’allarme. Con un obiettivo preciso, far capire due cose a Matteo Salvini e alla Lega: che di tempo in chiacchiere e teatrini se ne è perso già abbastanza e che non si sogni di mettere in pratica scriteriati operazioni economico-finanziarie che mandino all’aria di sacrifici fatti negli ultimi anni.

Il primo a puntare il dito contro le scelte di Cinque Stelle e Lega era stato il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, che nell’assemblea annuale di Viale dell’Astronomia aveva smontato, pezzo per pezzo, il contratto di governo, piantando uno dopo l’altro paletti alti e solidi, fino a costruire un vero e proprio muro contro il nuovo esecutivo. Una bocciatura totale, frontale, severa: dalla flat tax alla revisione della riforma Fornero, dal reddito di cittadinanza al blocco delle opere pubbliche e alla chiusura dell’Ilva. “Il populismo – ecco il fendente di Boccia – è fatto di promesse elettorali campate in aria, di manovre volte solo a captare consenso, un orizzonte corto che vive nella condizione di una perenne campagna elettorale”. Con un avvertimento, che sta sopra a tutti gli altri: “L’Italia vince e avanza con l’Europa e dentro l’Europa, la nostra casa comune“.

E ancora non si parlava di Savona e piano B. Il Paese non aveva ancora assistito al vergognoso balletto sull’ipotesi di messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica, ai deliranti show televisivi dei (due) moschettieri, alle giravolte di Di Maio e ai tatticismi di Salvini. E soprattutto i mercati finanziari non erano ancora stati condizionati da tutto questo. Ma questi (quasi) novanta giorni sono stati un’escalation di approssimazione e presunzione, di cinismo e di dilettantismo. Forse efficaci su Facebook per i bot e per i troll, ma sicuramente preoccupanti per chi in questo Paese produce ricchezza, o almeno ci prova.

Con una sincronia che lascia pochi dubbi sul coordinamento dell’azione, il Sistema Milano (vale a dire i presidenti di Acli, Assimpredil Ance, Assolombarda, artigiani, Confcommercio, Confcooperative, Confesercenti, e i segretari di Cgil, Cisl e Uil) e la Confindustria Veneto hanno fatto sentire la propria voce in maniera inequivocabile. “Tutto il sistema economico milanese ha il massimo rispetto per le decisioni prese dal Capo dello Stato e piena fiducia nel ruolo delle istituzioni che non vanno mai, per nessuna ragione, delegittimate. L’economia italiana vive una ripresa ancora fragile, e bisogna evitare tensioni che possano lacerare l’Italia e colpire famiglie, lavoratori e imprese, risparmiatori e investitori”. Per questo, “la nostra Nazione ha urgente necessità di un Governo nel pieno delle sue funzioni che possa lavorare con efficacia e responsabilità”. Ancora più espliciti gli imprenditori veneti: “Siamo preoccupati per quanto sta accadendo sul piano politico nazionale. Le imprese e i cittadini hanno bisogno di un esecutivo che sia pienamente operativo, scongiuri l’aumento dell’Iva e tranquillizzi i mercati. Non solo. Le imprese e i cittadini hanno bisogno di provvedimenti costruttivi, espansivi e propulsivi in materia di fisco e lavoro. Troppo tempo è già stato perso”.

Parole chiarissime, che sono giunte forti e chiare all’orecchio del leader della Lega, a cui si è voluto far capire che la partita che si sta giocando va ben oltre il suo ego politico. Messaggio che, volente o nolente, Salvini è stato costretto ad incassare. La prima, plastica, dimostrazione è stata la cancellazione della storica scritta “Basta euro” sui muri della sede della Lega di via Bellerio. La seconda, con ogni probabilità, è la resa sul nome di Paolo Savona come ministro dell’Economia.

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