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Protesta Pd per i fondi della Lega scomparsi, ma Salvini tace

“Le sentenze vanno applicate, quando ci sarà la conclusione dell’iter giudiziario che è in corso, quando ci sarà la sentenza sarò primo a rispettare questa sentenza”. Durante il question time di oggi al Senato Matteo Salvini risponde per non rispondere. Fa fotografie in Aula e manda baci ironici ai senatori che lo contestano per una richiesta legittima. Quella che poco prima era stata espressa da Dario Parrini. Il senatore dem ha provato a chiedere lumi sul sequestro dei beni della Lega e sul procedimento per truffa nei confronti della Lega in corso a Genova e lui, il ministro dell’Interno (nonché vicepremier, nonché leader del partito sotto accusa), glissa. Non risponde. Fa lo spiritoso. Eppure le domande sono poche e semplici.

Le tre domande a Salvini sui 49 milioni scomparsi

La prima è quella che chiede al ministro se fosse disposto “a riconoscere e rispettare, nello svolgimento del suo ruolo, il principio della divisione dei poteri sancito dalla Costituzione, visto che la definizione di una sentenza della magistratura quale ‘sentenza politica’ rappresenta una gravissima lesione al principio di indipendenza della magistratura dai condizionamenti del potere politico, se sia a conoscenza di fatti che giustifichino tale dichiarazione e se, pertanto, non ritenga, nel rispetto del suo ruolo e della sua funzione, vista la gravità della portata e delle possibili conseguenze delle sue parole pronunciate come Ministro dell’interno, informarne immediatamente il Parlamento”.

La seconda chiede invece al capo del Viminale “se non ritenesse doveroso, nel rispetto delle sue prerogative, adottare tutte le iniziative necessarie, per dare puntuale applicazione alla sentenza della Corte di cassazione del 12 aprile scorso”. Ovvero quella con cui si ordina il sequestro di tutti i fondi della Lega, fino al raggiungimento dell’importo dovuto.

Infine, l’intervento di Parrini si chiude con un appello alla legalità e chiede al Ministro, se non ritenga che il suo ruolo al Viminale, in qualità di tutore della legalità e garante della sicurezza dei cittadini, “sia assolutamente incompatibile con il ruolo di segretario federale del partito Lega Nord”, alla luce dei molti fatti emersi nelle ultime settimane e “che, in quanto passibili di rilevanza penale, sono in palese contrasto con l’importante compito che è chiamato ad assolvere con onore e disciplina, nel massimo rispetto del prestigio dell’istituzione che presiede”.

Nonostante siano domande legittime, le risposte non sono arrivate. Nonostante il gigantesco conflitto d’interesse “e di opportunità”, ricorda il senatore Antonio Misiani in Aula, Salvini si nasconde dietro ad un dito. “La sua risposta – come ha commentato lo stesso Parrini pochi minuti dopo la replica – è stata attaccare la sentenza stessa leggendo un articolo di giornale. Atteggiamento grave, se posto in essere da un qualsiasi politico. Gravissimo – sottolinea – se posto in essere dal ministro degli interni”.

 

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