Salvini: il 20 agosto via Conte

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Il leader leghista tenta l’ultima disperata mossa. Mattarella e Fico protagonisti della giornata politica: rispetto delle regole e delle istituzioni.

Salvini torna a ribadire che “il 20 agosto sfiduceremo il premier“. Il leader leghista e vicepresidente del Consiglio lo ha fatto intervenendo stamattina su Radio Rtl 102.5.

In tantissimi – spiega Salvini – chiedono che non ci siano giochini di palazzo, governi tecnici. La via maestra, democratica, trasparente, lineare, è quella delle elezioni. Stiamo facendo tutto il possibile perché gli italiani possano votare. No a governi strani, prima si vota, meglio è“.

Su Radio Capital, a Circo Massimo, sempre stamattina, ha indirettamente risposto Marco Minniti, deputato dem ed ex ministro dell’interno: “L’arbitro della crisi è il presidente della Repubblica, e lui valuterà. Se riterrà che ci sono le condizioni non per un accordo di basso profilo, tra due perdenti, ma per un accordo più ampio, di legislatura, il Pd ha il dovere di valutarlo nella maniera più aperta possibile“.

Minniti ha anche fatto riferimento alle elezioni: “Se mettiamo le cose in ordine, comprendiamo che non c’è un destino già scritto, e rendiamo evidente che, se si parla con un linguaggio di verità al popolo italiano, la partita non solo non è perduta, ma si può giocare con giuste possibilità di poterla anche vincere“.

E l’esito di eventuali elezioni, secondo il parlamentare dem, non è scontato: “Se c’è una partita democratica, di modello democratico, in discussione, l’opposizione non deve dimostrare nemmeno per un attimo di avere paura del voto. Se di fronte a una sfida democratica uno si dimostra impaurito nel rapporto con il popolo rischia di non farcela. Per questo bisogna escludere categoricamente qualunque scorciatoia, qualunque idea di resistenza parlamentare, cioè ci chiudiamo nell’aula del Parlamento e ignoriamo il Paese, perché quello sarebbe vento nelle vele dei nazionalpopulisti. Quindi nessuna scorciatoia, nessun sotterfugio. Salvini non è imbattibile, perché non penso che abbia con sé la maggioranza degli italiani. Se viene messa chiaramente la posta in gioco in palio, si può rovesciare il meccanismo“.

Mattarella e Fico, le regole e le istituzioni

Mentre Salvini tenta ogni carta nel tentativo di salvare la sua strategia politica, dopo aver aperto il fronte della crisi, i titoli ferragostani dei quotidiani in edicola e online, riservano oggi particolare attenzione a due protagonisti della giornata politica di ieri.

Il primo è stato Sergio Mattarella: il presidente della Repubblica ha rimarcato ancora le sue riserve sull’incrocio tra il voto finale sulla riduzione del numero dei parlamentari e lo scioglimento delle Camere di poco successivo, che di fatto renderebbe quella stessa riduzione non applicabile o almeno non immediatamente applicabile. Matteo Salvini, quindi, si è trovato di fronte non solo riserve politiche, ma anche a precisi freni istituzionali.

Scrive Marzio Breda sul Corriere della Sera:
Un azzardo assoluto, insomma. Una mossa istituzionalmente scorretta, oltre che sgrammaticata dal punto di vista degli equilibri fra poteri. Come altrimenti definire la proposta del ministro dell`Interno
uscente all’ormai ex partner grillino di procedere con urgenza («tornando qui in Aula anche domani», ha tuonato) alla quarta e definitiva votazione della legge per tagliare 345 parlamentari, per poi congelarla cinque anni e intanto tornare subito alle urne e chiudere la legislatura, facendo finta che quella legge non sia stata approvata?“.

Francesco Bei, sulla Stampa, spiega nei dettagli ciò che è accaduto, citando il costituzionalista e deputato dem Stefano Ceccanti:
In pratica, le nuove Camere nascerebbero già delegittimate dalla ghigliottina di una legge costituzionale che le amputa di un terzo dei componenti.
Senza contare tutti gli adempimenti che l`approvazione del taglio comporta. Il costituzionalista Stefano Ceccanti ha fatto un calcolo preciso anche dei tempi necessari. Un calendario che al Quirinale hanno ben presente: «Tre mesi per chiedere il referendum; fino a un mese per la Cassazione per esaminare le eventuali richieste e qualche altro giorno per eventuali ricorsi; fino a 60 giorni per indire il referendum; fra 50 e 70 giorni per svolgerlo; quindici giorni di vacatio e due mesi per i collegi».
Insomma, per farla breve, alla fine dei conti «ci vogliono circa 5-6 mesi dall`ultimo voto della Camera se non c`è il referendum e 10-11 se invece si svolge». C`è poi il problema della nuova legge elettorale da approvare, se non altro per ridisegnare collegi elettorali diventati mostri da 800 mila elettori“.

Il secondo protagonista della giornata politica è stato il presidente della Camera dei Deputati, Roberto Fico, che, come spiega Emilio Patta sul Sole 24 Ore, in sintonia con tali rilievi, ha posposto il voto sulla riforma dei parlamentari alla verifica del rapporto fiduciario che si svolgerà al Senato dopo il 20.
Scrive Patta: “Dopo il muro alzato dal M5s alla proposta-sfida di Matteo Salvini di votare subito il taglio del numero dei parlamentari, prima della sfiducia a Conte, e poi tornare subito al voto in autunno: la risposta del presidente della Camera Roberto Fico è stata la calendarizzazione della riforma costituzionale il 22 agosto. Ossia due giorni dopo la sfiducia al presidente del Consiglio Conte. Tutti segnali che la trattativa tra democratici e pentastellati, sbloccata nel week end dalla proposta dell’ex premier Matteo Renzi di un governo «salva-conti» per evitare l’esercizio provvisorio e il conseguente aumento dell’Iva, è davvero in corso“.

Prove di dialogo fra M5S e Pd

Lo stato della possibile formazione del nuovo Governo, in seguito alle possibili dimissioni di Conte è proposto da Fabio Martini su La Stampa.
Per anni Cinque stelle e “piddini” si sono ignorati, spesso si sono disprezzati, ma da 48 ore hanno cominciato a parlarsi. Sottovoce e lontano da occhi indiscreti ma si parlano. E parlano di quel governo di legislatura da fare assieme, considerato ancora inattuale dai leader dei rispettivi partiti ma del quale per ora chiacchierano i vice. E infatti gli sherpa che in queste ore stanno passando le linee,
sono i “messi” autorizzati a parlare: i pentastellati Stefano Patuanelli, Francesco D`Uva e il
ministro Riccardo Fraccaro e per il Pd esponenti lealisti, zingarettiani doc come Paola De
Micheli, Andrea Orlando e Luigi Zanda. Sondaggi preliminari, per capire l`aria che tira, ma
anche per far circolare i primi nomi“.

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