“Io sono nel giusto”. Per una fenomenologia di Salvini-Zelig

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Performance e Plebiscito. Ecco gli stracci della nostra democrazia. La reputazione come gorgo di chiacchiere e gerarchie invisibili

L’ha rifatto. Imperterrito. Non ne può fare a meno. Sia a Napoli per dispensare solidarietà alle vittime degli attentati dinamitardi della camorra, incontrando il pizzaiolo Sorbillo. Sia nei soliti videoselfie mezzi sgranati dove sciorina proclami sul tema dei porti chiusi e dell’accoglienza negata ai profughi del mare.

Non fate vedere nemmeno per scherzo al vicepremier Salvini giacche, blazer, pochette e colli alla francese. Indossa oramai solo e soltanto mute delle forze dell’ordine, Polizia e Fiamme Oro in primis, in tutto il catalogo delle possibili fogge: tshirt, giubbotti con mostrine, foulard, tute. Con quella disastrosa continuità che, rendendo “modaiola” una scelta di abbigliamento, la sottrae a qualsiasi eccezionalità, quella, per esempio, che spingerebbe a vestire i panni di chi ha fatto della lotta al crimine la missione della sua vita solo in corrispondenza di particolari eventi, eroici sacrifici, cause collettive di rilevanza nazionale, memorie da suggellare.

E così si arriva al ridicolo. Un faccione blaterante che dovrebbe invece rappresentare le istituzioni al più alto grado, nel segno della sobrietà e del rispetto con, subito sotto, la divisa da commissario, da uomo di trincea con la fondina al fianco. Un po’ celerino, un po’ celodurista. Un po’ capo-popolo, un po’ capo-pattuglia. Ridicolo, appunto. Se non fosse pure inaccettabile su un piano simbolico. Come a dire: la Polizia sono io, oppure, che è peggio: la legalità sono io, e trasuda da ogni suono che emette la mia bocca. Gravissimo. Pericolosissimo. Lo ha detto anche Saviano.

Ma questa interpretazione, a mio avviso, nell’era della politica spettacolarizzata, andrebbe completata. Potremmo parlare di un vero e proprio mimetismo militante, un far combaciare la propria figura, il proprio carisma a pezzi della realtà e della vita civile per disinnescare preventivamente ogni attacco, per creare un realismo suprematista all’interno del quale non ci sia spazio per nessuna trascendenza, nessuna lettura alternativa, e dunque nessun peccato di individualità: nessuna colpa, se si è al top del presenzialismo e della “responsabilità” agita sul campo. E se tutto questo ha anche un “brand” visibile cucito addosso, che porta a cose buone e sincere, vissute da tutti con naturalezza e fiducia, a un patrio Mulino Bianco, allora l’io si salda all’esistente in maniera inscindibile.

La trigonometria fatale e ferale che se ne ricava sarà: io sono nel giusto, la realtà così com’è o come viene decisa è giusta, chi offre il suo consenso è un uomo giusto. E’ il teorema della fragilità e della psicosi che, sommate, non fanno una personalità criminale, ma solo la catena di montaggio del conformismo. Quella che imballa il Leonard dell’indimenticabile Zelig di Woody Allen. Il trasformista viene sorpreso in cambi di identità furibondi, prende le sembianze di chiunque gli stia vicino, fino al punto da mutare morfologicamente: gli vengono finanche gli occhi a mandorla se dialoga con un cinese, ingrassa a dismisura se fa amicizia con obesi…

Ma è solo sotto l’ipnosi della integerrima psichiatra Eudora Fletcher che si lascia andare agli antri segreti della sua “malattia”: il camaleontismo nasconde una tattica di sopravvivenza, “per farsi benvolere”, dice, al culmine di un’esistenza da povero disgraziato. Ecco, per par condicio, ci aspetteremmo da Salvini-Leo che, anche quando inneggia – al culmine della sua carriera di statista – alla Nutella e ai Duplo, indossi, che so, un completo impettito alla Bistefani, o un cappello bianco e svettante da chef royal.

Che quando canta al Maurizio Costanzo Show, mentre gli altri ospiti sul palco lo “paparazzano” di fronte a cotanta gloria canora, si faccia venire il ciuffo alla Little Tony o la voce bianca da cugino di campagna. Che quando posa per un magazine per le famiglie tipo “Oggi” che parla della sua vita privata, metta solo una cravatta sul suo non invidiabile torace bufalino alla stregua di uno spogliarellista de noantri – come Marylin diceva di fare con le gocce di Chanel – ah no, ma questo l’ha fatto per davvero… O che quando irride alla morte del tunisino Arafet Arfaoui dicendo di chi lo ha arrestato “dovevano offrirgli cappuccio e brioche?”, gli appaia subito la parannanza da cameriere o da laureato disoccupato che sbarca il lunario servendo le colazioni all’alba in un bar sfigato.

O che di fronte all’orrida contabilità con cui oramai viene sviscerato il tema dei migranti economici e dei rifugiati di guerra, dei bambini che crepano fra onde e sgomento con la pagella in tasca a caccia di giochi e di speranza come tutti i coetanei, di chi ha detto dopo l’ennesimo eccidio marittimo dei giorni scorsi “meglio morti che in Libia”, ecco, che di fronte a questa folle ragioneria che si applica solo a sventurati, reietti, stranieri e marginali della povertà, gli appaiano i pantaloncini del bambino discolo e un severo maestro lo bacchetti e lo metta per ore, giorni, mesi, anni, dietro la lavagna in punizione perché ancora non sa usare il
pallottoliere. Non sarebbe solo, del resto. Lì troverebbe Feltri, Sallusti, Belpietro, i “grandi” direttori dei quotidiani filogovernativi e filoleghisti che nei loro editoriali-monstre non hanno speso una sola parola propositiva per dipanare la matassa di masse di disperati che si muovono al cospetto di un Occidente che stermina silenziosamente, e da sempre, con le pratiche colonialiste e le bave mediatiche.

Statevene a casa vostra, e non avrete il problema di essere seppelliti. Troverebbe anche Trump in questa neo-comunità di orchi che non teme latitudini: il presidente che dice: vabbè fingo di proteggere un milione di sub-umani, ma datemi i miliardi per farcire i nostri confini di mattoni e filo spinato contro di loro.

Nei minuti finali di Zelig, il furetto Leo, guarda caso, riesce a infiltrarsi anche a un summit pubblico dei colonnelli nazisti, subito alle spalle di Hitler, e le sue acrobazie aeree per sfuggire all’ira delle SS è tale da farlo acclamare in America al suo ritorno dai suoi concittadini.

Performance e Plebiscito. Ecco gli stracci della nostra democrazia. La reputazione come gorgo di chiacchiere e gerarchie invisibili. Ma trasformarsi vuol dire anche amare, ritrovare se stessi, senza schegge impazzite. Leo sposa Eudora e vissero felici e contenti. Noi dovremmo ricercare un fertile sposalizio con la vita, con gli altri, con la sacralità di una polis ormai globalizzata.

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