Fra antisemitismo e populismo: un problema del governo italiano

Focus

La storia è vecchia e si ripete: in un periodo di crisi sociale e trasformazione dell’Europa, una presunta grande finanza, meglio se ebraica, diventa responsabile delle difficoltà interne di un Paese

Un complotto giudo-pluto-massonico si aggira per l’Europa, lo finanzia il miliardario ungherese naturalizzato americano, di origini ebraiche, George Soros insieme a una non meglio specificata alta finanza e alla perfida Unione europea. Si tratta solo della solita paccottiglia? Fino a un certo punto, perché il risorgente nazionalismo europeo ha un retroterra antico: il sangue, la razza, il popolo.

E così è anche per il ministro dell’Interno e tuttofare Matteo Salvini che, interrogato sui rischi di una crescita del debito pubblico del nostro Paese a causa delle confuse misure economiche prospettate dal governo di cui è protagonista, ha risposto senza esitare: “Il debito che abbiamo ereditato non è un problema se l’economia tira. L’economia italiana è solida, a parte gli attacchi dei Soros di turno. Altro che i troll russi, che due volte su tre sono bufale: è la grande finanza a condizionare le economie e le vite. Glielo impediremo”. Salvini ha da tempo rotto gli argini ideologici dilagando a destra, in tal senso riutilizza tutti gli strumenti messi a disposizione dalle teorie complottiste di questi anni, in tal senso il riferimento a George Soros non è casuale. Le reti della “disinformatja” da tempo si aggrappano al suo nome per attribuirgli disegni diabolici, come l’invasione dell’Italia da parte degli immigrati tramite il finanziamento delle temibili ong e delle loro imbarcazioni che solcano il Mediterraneo. Obiettivo: la sostituzione etnica della razza italiana in favore della nera e altre amenità del genere.

La storia è vecchia e si ripete: in un periodo di crisi sociale e trasformazione dell’Europa, una presunta grande finanza, meglio se ebraica, diventa responsabile delle difficoltà interne di un Paese e, fra poco, c’è da scommetterci, delle sbandate del “governo del cambiamento”; il tema ebraico resta nel sottotesto come simbolo di un sospetto cosmopolitismo, come complotto antinazionale che – nel mutare dei tempi – si aggancia alle istituzioni sovranazionali, grandi nemiche per eccellenza della “nazione”, dall’Onu all’Ue. Di queste ultime si ignora, volutamente, quasi tutto: la nascita di entrambe come tentativo di risolvere o evitare i conflitti disastrosi fra i popoli, di affermare diritti universali, di costruire economie integrate.

L’allarme internazionale per il dilettantismo mostrato fino ad ora dal governo Conte in materia economica – problema che rappresenta ad oggi il vero e gravissimo rischio per l’interesse nazionale – diventa nel Salvini-pensiero una manovra dell’alta finanza “alla Soros”. Nel frattempo, attenzione, i troll russi bufale. Non desta meraviglia, dunque, che il M5S resti a guardare poiché, nella sostanza, su queste stesse narrazioni distorte e pericolose ha costruito il proprio consenso. Non è causale nemmeno che il ministro per la famiglia Lorenzo Fontana, abbia detto che il razzismo è un’invenzione dei “globalisti” contro gli italiani.

Solo pochi giorni fa, il 15 luglio, cadeva la ricorrenza del “Manifesto della razza” del 1938, preludio alle leggi razziali di Mussolini, ricorrenza che ha suscitato preoccupazioni per i troppi rimandi storici all’attualità. Fontana intendeva cancellare, appunto, quelle connessioni di memoria, quei fili che legano la cultura democratica costruita sulle macerie del Ventennio al momento che stiamo vivendo, alle sparatorie contro la gente di colore e, quindi, sul fronte opposto, al rifiuto delle discriminazioni razziali e xenofobe da parte di tanti.

La battaglia, dunque, è anche culturale, storica, ideale. In questo senso l’antisemitismo gioca da sempre, nello specifico del nazionalismo europeo, un ruolo di primo piano; è quanto avviene nella Polonia in cui si nega, in un sussulto di revisionismo nazionalista, che i campi di sterminio siano stati, come minimo, anche polacchi. Per non dire del leader ungherese Viktor Orban, politico abile e capace di dosare spinte ferocemente reazionarie e innovative letture geopolitiche. Orban è infatti anche un buon interlocutore di Benjamin Netanyahu, capo del governo israeliano. Quest’ultimo ha di recente varato una controversa legge con la quale si definisce Israele stato-nazione del popolo ebraico, rompendo così il principio di uguaglianza fra tutti i cittadini che vi abitano a prescindere dalla religione e dall’etnia.

Paradossi della storia o della diplomazia si dirà, eppure è tipico di ogni nazionalismo tendere al superamento della democrazia liberale (che è quanto predica lo stesso Orban da tempo o quanto ha affermato sotto forma di boutade da Beppe Grillo), e a declassare la cittadinanza da riconoscimento di uguaglianza a prescindere appunto da credo, ideologia, colore della pelle, a principio etnico-razziale, creando così un’umanità di serie A e un’altra di serie B.

Dietro il rifiuto o la critica legittima delle politiche economiche e finanziarie di Bruxelles da parte dei partiti nazionalisti e xenofobi europei, c’è insomma un disegno ben più vasto e articolato di riscrittura delle costituzioni in direzione illiberale, di costruzione ideologica del potere e del consenso allo scopo, tutt’altro che nobile, di durare comunque vada il più a lungo possibile.

Il progetto però si scontra con alcuni ostacoli. L’antisemitismo e il razzismo hanno sempre avuto, in Europa, un radicamento anche nel cristianesimo fondamentalista, nell’integralismo cattolico. E qui si comprende al meglio come la strada intrapresa dalla Chiesa di Roma di rottura decisa con l’antisemitismo, costituisca un argine de facto ai leder cristianissimi come Orban e Salvini o, un po’ più basso, come il ministro della Famiglia, Fontana. Anche in quest’ottica, del resto, va osservata l‘alleanza dei vari populismi con la Russia di Putin alle cui spalle si muove un patriarcato ortodosso moscovita che è motore ideologico e spirituale del puntinismo, simbolo di un cristianesimo ultratradizionalista e nazionalista (non si dimentichi che uno dei grandi falsi storici del complottismo antisemita, i “Protocolli dei savi di Sion”, fu elaborato in ambienti zaristi e ortodossi all’inizio del ‘900). Ma da questa parte dell’Europa, le cose stanno diversamente: il Vaticano II ha posto una pietra tombale su ambiguità e connivenze di tal genere. Il che non impedisce l’esistenza di un cattolicesimo integralista culturalmente ambiguo, ma di certo queste tendenze non trovano riscontro nel magistero dei papi degli ultimi 50 anni.

Significativo, in tal senso che Nostra aetate, il documento di svolta nel dialogo con le altri fedi e con l’ebraismo del Concilio Vaticano II, inizia con una premessa generale nella quale si afferma: “Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l’interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane. Nel suo dovere di promuovere l’unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, essa in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino”.

“Globalisti” diventa, nella “narrazione” gialloverde, l’insulto che identifica il nemico della nazione in un conflitto in cui le incredibili incompetenze di un ministro delle infrastrutture come Danilo Toninelli, dovrebbero essere marginali rispetto alla lotta contro lo spauracchio della grande finanza che insidia il Paese. Retoriche dietro le quali si intravedono pericoli antichi – l’autarchia, il provincialismo, la paura di misurarsi con i cambiamenti del mondo e di provare a governarli – e rischi per gli assetti democratici faticosamente costruiti, per gli stessi principi di uguaglianza civile e sociale (si pensi alla progressività delle imposte) su cui si fonda l’Italia moderna.

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