Scanzi vuole la testa di Di Maio

Focus

“Sta disintegrando il Movimento. Qualcuno lo fermi”. Ma la crisi è strutturale, né Dibba né Fico farebbero il miracolo

Andrea Scanzi è un giullare del regime giallastro goffamente messo in piedi dal Movimento grillino. Non fa ridere né riflettere. Però ammettiamo che l’1% di quello che scrive sul Fatto (il resto è come se non esistesse, in linea con il giornale) è interessante. Così oggi leggiamo un suo confuso articolo al termine del quale c’è un giudizio che se fossimo Di Maio ci avrebbe messo la tremarella.

Vogliono far fuori il Capo? Il dubbio viene.

Dopo aver elegantemente fatto cenno alle “parossistiche cazzate di Di Maio a getto continuo” e bollatolo come “rottamatore di se stesso” addirittura “al pari di Renzi” (che per lui è come dire Goering), Scanzi termina così: “Sta disintegrando il M5S con un’efferatezza al cui confronto Ted Bundy sembra Minnie. Qualcuno lo aiuti. Lo sedi. Lo fermi”.

Il mandante dunque c’è, ci vuole un killer. Una volta eliminato Di Maio il Movimento tornerà più bello e più forte che pria.

Vecchia storia. Uccidete Hitler e il Terzo Reich vincerà la guerra, bisbigliavano i comandanti in capo. Eliminiamo Stalin e torneremo al vero comunismo, dicevano sottovoce i congiurati prima di finire al muro. Qui siamo alquanto più terra-terra ma la logica è la stessa.

Già, tutta colpa di Giggino. E no, caro mio.

Ora, è chiaro che il Capo politico si sia rivelato, a dir tanto, un mediocre. Lo ha spiegato benissimo qui Elisabetta Gualmini.

Ma andiamo più a fondo delle cose.

Il declino elettorale del M5S non pare arrestarsi, elezione dopo elezione. I sondaggi gli assegnano, secondo noi per eccesso, un 17-18%.  Se continuano così vanno sotto il 15.

Come fermare la crisi? Davvero basterebbe cambiare il leader?

Talvolta è accaduto che un partito sull’orlo dell’abisso si sia poi ripreso. Un partito con un retroterra culturale forte, un certo insediamento territoriale, un gruppo dirigente coeso certamente può farcela. Impossibile, secondo noi, che questo possa accadere al M5S, che appunto non dispone di nessuna di quelle tre condizioni.

La strumentazione culturale e analitica del Movimento fondato da un comico non consente una rinascita sul piano della battaglia ideale. L’assenza di insediamento sul territorio e la vacuità delle regole interne sono fattori di debolezza. Quanto alla coesione del gruppo dirigente, nemmeno a parlarne.

La totale mancanza di parole d’ordine chiare e mobilitanti – quali furono quelle delle origini sotto la spinta emotiva e mediatica di Grillo -, i clamorosi cedimenti (Tap, Austrade, Ilva, Tav) e la contemporanea inadeguatezza della comunicazione fanno il resto.

Dal punto di vista strutturale, dunque, non c’è alcun appiglio cui aggrapparsi per evitare il disastro.

La squadra dei ministri è abbastanza bollita, e facce nuove non sono emerse. Se Di Maio verrà fatto fuori, i nomi in campo sono due.

Si guarda a Di Battista (sospetteremmo che Scanzi pensi questo) nella speranza di rinvigorire il Movimento iniettandogli dosi massicce di “estremismo” antipolitico che collocherebbe il M5S in un limbo né di governo né di opposizione. Un gruppuscolo di testimonianza molto mediatico ma dal dubbio esito politico, nutrito di quel sovversivismo di cui parlava Gramsci, nel quale “non si ha neanche coscienza della personalità storica e dei limiti precisi del proprio avversario”, una forma di primitivismo politico in grado forse di far leva su reali umori popolari senza però sapervi rispondere con un’azione seria di governo.

Il secondo è Roberto Fico, che sembra voler riaprire un discorso a sinistra. Ma a parte che anch’egli è evidentemente corresponsabile della crisi del suo partito, c’è da chiedersi se avrebbe la forza per vincere una duplice battaglia interna (contro Di Maio e contro Di Battista) e soprattutto per ri-fondare il Movimento spostandolo nel campo progressista presidiato da quel Pd considerato dai militanti un nemico assoluto.

Non è stato notato abbastanza che nessuna voce si sia levata in dissenso da quella vergognosa intemerata di Di Maio sul Pd “partito di Bibbiano” che ha scavato un fossato incolmabile fra i due partiti. Sarebbe stata una buona occasione per il presidente della Camera per affermare un suo diverso profilo. Ma non l’ha colta. E anche per questo non si vede come un domani Fico possa credibilmente accreditarsi a sinistra.

Insomma, sulla base di queste considerazioni noi consideriamo senza sbocco, irreversibile, la crisi del M5s. Di questoM5s. Finito in quella scatoletta di tonno che voleva scardinare, fallimentare nella sua azione di governo e sbranato dalla Lega. Ma non è solo colpa di Di Maio: non basterà la sua testa per rinascere a nuova vita. Con buona pace dei giullari.

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