E ora il governo se la prende con i volontari

Focus

Il governo Salvini-Di Maio sta di fatto bloccando l’iter della riforma del Terzo Settore ormai giunta al suo ultimissimo tratto

Dopo i migranti, i rom, i venditori ambulanti e i malati psichiatrici, mancava lo schiaffone in faccia ai volontari. E dire che sono in gran parte italiani (di quelli doc). E sono pure tanti, oltre 5 milioni nel nostro paese.

Il governo Salvini-Di Maio sta di fatto bloccando l’iter della riforma del Terzo Settore ormai giunta al suo ultimissimo tratto, dopo anni di discussione, confronto e dibattito con tutti i soggetti interessati, a prescindere dai colori politici di ognuno. Un bel calcio negli stinchi a oltre 340.000 associazioni (tra volontariato appunto, organizzazioni di promozione sociale, cooperative sociali, fondazioni e altro), che in Italia svolgono funzioni importantissime di welfare, promozione culturale, tutela ambientale,
assistenza ai più deboli e tantissimo altro. Spesso al posto dello stato.

Le cose stanno più o meno così. Dopo la legge delega 106 del 2016 e i decreti legislativi collegati, tra cui quello più corposo sul Codice del Terzo Settore (117/2017), era stato lo stesso governo Gentiloni a prevedere che i decreti attuativi e correttivi potessero essere scritti con un ulteriore anno di tempo, a fronte di una riforma molto complessa e articolata e cioè entro il prossimo 2 agosto.

Ma ecco che arriva il blitz, e cioè una proroga di quattro mesi della delega al governo per questi ultimi provvedimenti che di fatto significa uno stop improvviso a percorsi già in atto, a cambiamenti di statuto quasi completati, a fusioni e riorganizzazioni di Centri di servizio e altre strutture, a revisioni profonde degli organici. Un po’ come aver trovato finalmente un punto di ristoro dopo una lunghissima e faticosa camminata estiva e poi scoprire che le bevande sono finite. Ritorni indietro e cerchi da un’altra parte, ti dicono.

Proprio oggi il Forum nazionale del Terzo Settore ha scritto una lettera sul Corriere esprimendo grande preoccupazione per un rallentamento che rischia di mandare alle ortiche tutto il lavoro fatto. Non scordiamoci infatti che la riforma ha avuto almeno tre grandi meriti. Ha proposto una visione di sistema su un mondo molto frammentato e frastagliato, sia sul piano geografico che su quello delle funzioni svolte, che da anni aspettava un indirizzo univoco sul piano giuridico e fiscale da parte dello stato. Si arriva ad una definizione unica di “ente del terzo settore” e soprattutto si stabilisce una volta per tutte che il Terzo Settore non è più quel soggetto residuale a cui lo stato “concede” (bontà sua) di far fare alcune cose sotto il suo pressante controllo, ma è un soggetto che si muove su un piano di reciprocità e di scambio quasi alla pari con le istituzioni pubbliche. Come avviene in tutte le democrazie più avanzate del mondo.

La riforma ha poi detto parole molto chiare sugli obblighi di trasparenza da parte delle associazioni, dall’iscrizione a un unico registro nazionale, al bilancio sociale affiancato al rendiconto economico, a prove provate di efficienza e buon funzionamento. Infine, l’istituzione di un Fondo unico nazionale e di un Organismo nazionale di controllo andavano nella direzione di poter gestire in maniera più razionale le risorse finanziarie e anche di poter perequare tra regioni del Nord e del Sud, secondo, udite udite, criteri di giustizia sociale (chissà se gli iperpopulisti al governo intenti a chiudere porti, campi e finestre sanno cos’è).

Ora invece il blocco. Viene il dubbio che la proroga voglia dire stravolgere o azzerare tutto. Se la parte leghista del governo vuole riportare tutto all’autonomia delle regioni, sgretolando completamente il quadro di insieme che faticosamente si era costruito, e se la parte pentastellata vuole rafforzare il ruolo dello stato riportando l’associazionismo ad una subordinata (non così necessaria), dello spirito della riforma non rimane nulla.

Forse qualcosa di più di uno schiaffone ad uno dei pochi serbatoi di partecipazione civica, impegno civile e coesione sociale che rimangono in un paese sempre più impaurito, arrabbiato e profondamente rassegnato.

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