Scontro sulla manovra, scricchiola la “casa di carta” giallo-verde

Focus

Giorgetti contro il reddito di cittadinanza, ed evoca il voto anticipato. Salvini smentisce senza convinzione, ma è buio pesto sulla manovra

Dunque la “casa di carta” su cui poggia il governo del cambiamento comincia a scricchiolare. E questa volta le scosse partono dalle fondamenta, visto che a cadere uno dopo l’altro sotto i colpi impietosi non solo dell’Europa, ma dei mercati e del debito, sono i capisaldi su cui era fondato il contratto di governo, e cioè l’individuazione dell’Europa ladrona come nemico pubblico numero uno, alla quale giurare guerra in nome di un amor di patria declinato al contrario.

E così, mentre Conte e impegnato a Bruxelles a negoziare le condizioni di quella che è a tutti gli effetti una capitolazione sui numeri della manovra di Bilancio, in Italia, consapevoli che la barca affonda, i marinai cominciano ad agitarsi e a cercare ognuno la sua scialuppa.

Ad aprire le danze in modo mai così esplicito sull’ultimo capitolo dello scontro Lega-M5S è stato il potente sottosegretario del carroccio Giancarlo Giorgetti, che a proposito del reddito di cittadinanza ha detto: “M5S ha preso consensi al Sud per il reddito, ma rischia di creare lavoro nero”, aggiungendo, rispolverando il cavallo di battaglia del daglie al terùn: “Piace all’Italia che non ci piace”.

La replica di Di Maio (“a noi l’Italia piace tutta” e poi “il contratto l’ho firmato con Salvini e lì il reddito di cittadinanza c’è”) suona più come una conferma delle tensioni, con un vero e proprio braccio di ferro in atto tra leghisti e pentastellati su chi dovrà cedere per rispettare la promessa all’Europa di abbassare il deficit al 2.04%.
Dunque alle promesse roboanti di uscite anticipate per i pensionati e di più reddito per tutti, si sostituisce di fatto un “governo del cambiamento” in sedicesimi, con i leader della rivoluzione giallo-verde alle prese, ognun per sé, con un mercanteggiamento sui decimali stile suk arabo, sempre che il paragone non offenda troppo il ministro dell’Interno.

Ma la parte delle dichiarazioni di Giorgetti che fanno capire che davvero il clima è cambiato è quella, esplicita, su un possibile ritorno anticipato alle urne.

Troppo forti, evidentemente, le pressioni dei rispettivi elettorati sui due movimenti, con il malumore che comincia a essere visibile sui social (e non solo) per le promesse da marinaio di quelli che dovevano cambiare tutto. E tra i Cinque stelle c’è anche chi prova a far circolare la notizia che il deficit in realtà è rimasto al 2,4%, provando a glissare su quello “0” che in realtà ne riduce di un quinto l’impatto. Tanto per capire a che livelli si è arrivati da quelle parti.

A questo proposito, il post di Salvini in cui afferma: “Ci vorrebbero mandare a casa domani mattina, ma rimarranno delusi”, aggiungendo la più classica delle affermazioni sui “poteri forti”, suona più come una difesa d’ufficio che una vera e propria smentita.
L’impressione è che, soprattutto la Lega, abbia messo in conto di raccogliere, con un voto anticipato, tutto il consenso raccolto con le uscite muscolari del suo leader, prima che la gente si accorga che, pure quella, è tutta fuffa.

Intanto sulla manovra di Bilancio è ancora buio pesto. Ultima chiamata, prima della procedura di infrazione, il 18 dicembre. Niente male per quelli che, anche in queste ore, non perdono occasione per affermare di essere il governo che “finalmente si interessa degli italiani”.

 

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