Docenti, parliamone

Focus

C’è un disagio immenso nelle scuole, non va esorcizzato con superficialità

La categoria dei docenti, per forza di numeri e di tipologia, è il grande corpo intellettuale del Paese, di cui il Paese non è che si serva più di tanto, in termini di ragionamenti sul mondo, fuori dalle pareti delimitate di una classe, quando invece dovrebbe, visto che il mondo esce dalle scuole e qualche considerazione meno banale e ipocrita sulla categoria potrebbe farsi.

Difficilmente chi scrive “ricominciamo dalla scuola” (c’è un generatore automatico di simili intenti in ogni cittadino italiano) poi va a fare veramente i conti, in termini di riflessione approfondita, con l’altro da se, dai propri ricordi e dalle proprie percezioni, con il mondo della ricerca educativa, dell’organizzazione del sistema scolastico, dei dati e delle analisi, o anche, più semplicemente, chiamando al protagonismo il mondo della scuola, che è vero è un mondo complesso, ma c’è è vivo e lotta insieme a noi.

Invece il tema scuola-docenti rimane spessissimo scorribanda ideologica nello stesso istante in cui magari si accusa la scuola di ideologia o corporativismo. Dalle predelle, ai grembiulini, alle lavagne, alla musica che non c’è (e invece c’è), all’arte che non c’è (e invece c’è), al docente missionario e appassionato, ai commenti tanto puntuali quanto errati sui dati Pisa confusi 100 volte su cento con quelli Piaac (Google vi è amico se volete sapere che sono) è un trionfo di vanverismo pedagogico, poi, gratti gratti e scopri come poco sappiano di come funzionino le scuole e di come volino altrove e chissà dove come la vispa Teresa (la mia amica dirigente scolastica detesta questa espressione, perdonami ma non ne trovo altre). Per cui il benevolo intento rimane spesso una nobile quanto poco proficua enunciazione di principio: un esercizio di stile sociale. D’altro canto però è bene che ci si interroghi, si rifletta, si proponga. Purché però si esca dal circolo della briscola e si pigli in mano qualche testo o si individuino temi e problemi, senza andar troppo per massimi sistemi, affrontandoli uno ad uno mettendo intorno a un tavolo le parti. Oggi mi va di scrivere qualche considerazione sui docenti, in modo forse poco romantico e appassionante ma spero concreto.

La professionalità e la professione dei docenti avrebbero bisogno di essere trattate con attenzione, senza l’oleografia in cui l’opinione pubblica, o il mondo mediatico o intellettuale, o anche gli stessi docenti, da decenni le anneghiamo, impantanando questioni essenziali negli stereotipi, nei giudizi e nei pregiudizi. Sarebbe il caso di affrontare laicamente, con scienza e conoscenza, temi necessari e belli come le competenze professionali, l’organizzazione del lavoro, la valutazione, la progressione di carriera, la gestione, la formazione e l’aggiornamento dei docenti. Perché poi, al netto delle predelle, la scuola la migliori avendo lo scrupolo di studiarla, è una forma di rispetto.

Parto da due lettere scritte da colleghi: una comparsa su Repubblica, che pone il tema del peso professionale di noi docenti, peso impossibile da spiegare pubblicamente, e non vedo più perché dovremmo spiegarlo pubblicamente e non nelle sedi deputate: politiche, sindacali, scientifiche, e un’altra uscita su Orizzonte Scuola che, anche se parte da una questione circoscritta, la terza prova della maturità, in realtà pone delle domande di merito che poi al primo tema si ricollegano.

Vado per punti, non nuovi per chi scrive, non esaustivi per chi legge, ma utili per stimolare riflessioni.

C’è un disagio immenso nelle scuole, non va esorcizzato con superficialità: al di là delle capacità dei singoli dirigenti scolastici o dei collegi dei docenti, ci sono delle questioni organizzative strutturali di sistema inevase che urgono riflessione comune, discussione e modelli di soluzione.

Il disagio è di due tipi: disagio individuale, sulla professione docente, sul carico, sul gravoso mandato educativo e dunque professionale (lo scrivo con convinzione, gravoso, vi prego, non replicate “pensate ai minatori avete tanti privilegi”, non è un argomento sostenibile per varie ragioni), e disagio collettivo, le singole scuole sono comunità di non meno di mille persone a scuola, è da folli eludere il tema dell’organizzazione scolastica e demandare al feticcio dell’autonomia scolastica ogni nodo: non tutto è da affidare alla responsabilità dei singoli e comunque quella responsabilità si precisa meglio a fronte di un’organizzazione efficace ed efficiente; non possiamo continuare a ritenere, unico paese al mondo, che le scuole possano essere gestite solo da due figure di sistema: il dirigente e il docente.

Competenze professionali: va curata e attivata una auto-riflessione comune e costante che non sia solo accademica o sindacale su questo tema, o che sia anche accademica. Larghissima parte del mondo accademico ritiene che sapere basti per insegnare e che comunque non sia compito loro occuparsi di didattica e pedagogia. Larghissima parte dei docenti ritiene che i temi della ricerca educativa siano astratti e poco utili e che sia l’esperienza bastevole a guidare il docente. Non credo funzioni. Siamo l’unico paese al mondo in cui la ricerca educativa, la scuola, e il mondo dei disciplinaristi (cioè dei corsi di laurea nelle singole discipline: italiano, latino, greco,…) oppongono resistenze a un lavoro comune e non esiste un confronto strutturato, continuo, non discrezionale e bidirezionale tra accademia, discipline, ricerca educativa e docenti. E’ una cosa che discutiamo da anni e su cui quasi tutti conveniamo, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, cioè: come? Affidando alla mitica buona volontà individuale il compito di farlo? Parliamone.

Organizzazione del lavoro dicevamo: ai colleghi non dico nulla di nuovo, ai lettori, ai genitori, ai giornalisti, al paese, forse sì, tenere in piedi una scuola è un lavoro oggi molto complesso e con tante funzioni, scordatevi per una buona volta che si esaurisca in classe. Quelle funzioni vengono oggi assolte, in modo residuale sulla carta ma sostanziale in termini di tempo e impegno, dai docenti. Sono funzioni specifiche che esigono professionalità e tempo. D’altro canto può esserci il docente, io ad esempio, che vuole destinare il suo tempo “solo” alla sua classe, ad accrescere le sue competenze professionali di docente, alla didattica, alla pedagogia, alla psicologia, ai miei allievi, eccetera, e non è poco, anzi, è tanto; e su quello generalmente lo si valuta sul piano sociale, no? Sul piano della valutazione scolastica attuale no, non è così, perché generalmente la valutazione del docente e l’assegnazione del famoso merito, viene fatta sulle attività aggiuntive.

In realtà, se tutti i docenti facessero “solo” quello, insegnare e dedicarsi ai propri alunni, le scuole chiuderebbero domani mattina, perché una scuola è mille altre funzioni che devono essere svolte e che svolgono i docenti medesimi, volontariamente o di malavoglia (basta leggere la lettera della collega a Repubblica), le cui competenze oggi si improvvisano o si maturano con gli anni, che vengono valutate e pagate ad muzzum, ma che nessuno esternamente riconosce e conosce.

Tutto ciò esige una riflessione comune, dei docenti, su modelli più stabili di organizzazione e divisione del lavoro, con la definizione di figure intermedie, che andrebbero formate, selezionate e pagate. Chiamatela carriera, anche perché una riflessione sulla valutazione legata alla carriera o legata alla funzione specifica dell’insegnare sarebbe utile, doveva e poteva farla l’ultima riforma, non lo si è fatto ed è stata una grave mancanza, secondo chi scrive e secondo molti altri.

Abbiamo introdotto la valutazione a scuola, il modello che si è adottato funziona? A mio parere no. Oggi dentro una scuola il famoso “bonus merito” sette volte su dieci è dato a pioggia e tre volte su dieci serve come riconoscimento economico per quei docenti che oltre a stare nelle classi e fare il mestiere per cui sono stati selezionati, svolgono le altre funzioni. Non mi pare che ci siano in campo riconoscimenti per “il bravo docente” così come magari crede la maggioranza dell’opinione pubblica. Anche perché dovremmo definire in modo sensato ed efficace come individuarlo dentro una scuola e sulla base di quali indicatori di qualità e non di quantità. Credo serva un confronto comune tra pari dentro la scuola su tutto questo: un processo in cui la comunità venga coinvolta e resa protagonista insieme a pezzi di sindacato, di esperti del lavoro, di studiosi delle organizzazioni e di gestione e di professionisti del benessere organizzativo. Benessere organizzativo: non è una bestemmia dentro la scuola. In altri ambiti perseguirlo è la normalità, sarebbe persino una legge.

Il docente, che fa “solo” il docente, va professionalizzato nella sua figura di docente, le sue funzioni indagate e riconosciute come complesse, da formare e da perfezionare per tutta la vita, va pagato e valutato in quella funzione, poco tanto, per tutti uguale, per i più bravi di più e i meno bravi di meno, non accontentarsi di questo ragionamento basico perché il tema oggi è il “docente meno bravo”, se c’è, perché c’è e come si risolve il problema.

La figura di sistema intermedia tra docente e dirigente è altra cosa, va professionalizzata nella sua funzione di figura intermedia a supporto dell’organizzazione, le sue funzioni indagate e riconosciute come complesse e da perfezionare per tutta la vita, ed è un altro lavoro, va individuato, definito, valutato e pagato in altro modo. Riconoscerlo una buona volta se vogliamo la scuola organizzata in modo efficiente ed efficace. I conti senza l’oste no.

Parlando e discutendo viene fuori anche la necessità della presenza, anche in rete, di altre professionalità dentro le scuole: pedagogisti, psicologi, medici e altro ancora.

La professionalizzazione della figura del docente che può avvenire anche nel confronto tra pari, ha a che fare con i modelli di organizzazione scolastica e tocca il tema sollevato dall’altra lettera: riporto le riflessioni del collega a proposito dell’eliminazione della terza prova dagli esami di maturità, eliminazione che diventa spunto di riflessione proprio per quel che voglio dire: “il fallimento della terza prova è responsabilità di noi insegnanti, che l’abbiamo ridotta a verifica di nozioni mentre avrebbe potuto e dovuto essere prova pluridisciplinare, di confronto su tematiche che accomunano le diverse discipline. Ma noi insegnanti non abbiamo lavorato in questa direzione e così abbiamo favorito il suo fallimento. È un segnale preoccupante questo fallimento della terza prova perché dimostra che gli insegnanti non sanno lavorare insieme, non sanno identificare tematiche comuni e non sanno verificare le capacità sintetiche.”

È la struttura che crea il sentimento diceva qualcuno, e tali sentimenti sono durissimi se la struttura è rigida come il nostro sistema scolastico, e dunque mi chiedo e chiedo: quali sono le occasioni sistemiche, a parte scrutini e consigli di classe, in cui i docenti si trovano nella quotidianità a confrontarsi sui temi professionali per lavorarci didatticamente insieme? Non mi pare ce ne siano. La domanda vale soprattutto nel segmento della scuola superiore, specialmente per i licei.

Come possiamo attivare una scuola dell’interdisciplinarietà, della trasversalità, se il modello è rigidamente disciplinare? Qualcuno mi dice che è a favore di questo modello, ma il mondo là fuori dice altro, dovremmo riflettere insieme allora, non per “cedere all’utilitarismo culturale”, ma per zeitgeist culturale piuttosto. Cerchiamo di capire tra noi docenti, quale modello organizzativo di lavoro comune possiamo attivare per lavorare insieme, confrontarci, creare rete di reti, non per decisioni volontarie o fuori dalla scuola, per associazionismo o altro, ma proprio come modello di scuola.

È possibile lavorare insieme a diverse proposte di organizzazione di lavoro didattico di gruppo? L’Estonia ha ridisegnato completamente il modello organizzativo scolastico affidando ai docenti degli obiettivi didattici chiari e ambiziosi, far raggiungere a tutti gli alunni e alunne alti livelli nelle competenze di base, nei saperi e anche nelle competenze digitali, dando loro il mandato di raggiungerli come meglio credevano, con l’organizzazione che volevano, purché lavorassero insieme, anche nella didattica e sulla didattica. Non mi pare gli sia andata male.

Il tema del modello organizzativo scolastico intorno a una differente definizione e organizzazione di funzioni e carriere è stato accantonato nell’ultima riforma, che aveva altri pregi ma questo grande difetto, e lo abbiamo segnalato in tanti, l’argomento era e rimane una della più grandi esigenze del mondo professionale educante e dunque della scuola, non per motivi corporativi, ma di efficacia.

Si tratta di problemi che non hanno ricette a priori ma soluzioni che si mettono a punto con il coinvolgimento e la partecipazione dei singoli interessati, come singoli e come organizzazioni, capaci di discutere sui dati reali e non sugli stereotipi. Il tutto esige una premessa: la fiducia. Dei docenti tra i docenti. Dei dirigenti tra dirigenti e coi docenti. Delle parti sindacali e associazionistiche. Delle famiglie con la scuola. Della scuola col paese. Un paese è il sentimento che circola nella sua scuola e verso la sua scuola. Forse è il caso di pensare nuovamente al sentimento quando parliamo di scuola. E di paese.

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