Bentornati nella scuola della ‘Restaurazione’. Tutti i passi indietro sull’istruzione

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Si torna alla scuola di Gentile: si disegna un sistema in cui si presume che chi sa (perché laureato) sappia anche insegnare

Dopo qualche mese, dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che il “governo del cambiamento” è in realtà il “governo della restaurazione”, i cui riferimenti sconfinano spesso in un grottesco che speravamo di aver consegnato alla Storia. Non solo con i terreni gratis per il terzo figlio rivivremo la bonifica dell’Agro Pontino e della Maremma, ma dall’anno prossimo potremo rivivere la scuola di Gentile.

Mi spiego meglio, cercando di far capire l’ordine che il Partito Democratico ha cercato di portare su un terreno complesso e il disordine che i restauratori stanno per produrre.

Dal 1999 per abilitarsi all’insegnamento esiste un percorso a cui si accede dopo la laurea tramite concorso pubblico. Dal 1999 al 2009, questo percorso si è chiamato SSIS (Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario); dal 2011 c’è stato il TFA (Tirocinio Formativo Attivo). L’idea di base, nella diversità dei percorsi è la stessa ed è giusta: si selezionano gli aspiranti insegnanti con una selezione pubblica e i selezionati intraprendono un percorso di specializzazione (abilitazione all’insegnamento) a stretto contatto con l’Università e con le scuole, in cui si approfondiscono pedagogia, didattiche generali e disciplinari, in cui si fanno laboratori e tirocini in classe.

Il punto debole di questo meccanismo era il successivo accesso al ruolo. La SSIS portava gli abilitati in graduatorie, successivamente trasformate in graduatorie a esaurimento, che però e solo la legge 107 (ossia La Buona Scuola) ha davvero cercato di esaurire con l’assunzione di circa 160mila docenti. Gli abilitati tramite TFA hanno dovuto sottoporsi a nuovi concorsi selettivi per il ruolo, dopo averne già superato uno, estremamente selettivo, per entrare nel percorso abilitante.

Il Partito Democratico ha deciso nella scorsa legislatura di porre fine a questo caos che non meritano né i nostri aspiranti insegnanti (che spesso sono arrivati al ruolo dopo decenni di precariato frustranti e demotivanti) né tanto meno le famiglie e gli studenti. Si è quindi pensata una modalità di accesso all’insegnamento in ruolo, basata sull’idea che a scuola si debba entrare per concorso (ma uno solo, non una Babele) e che la conoscenza appresa nei normali percorsi universitari vada integrata con studi ed esperienze sul campo, perché un conto è sapere – ed il sapere si può certamente valutare con un concorso – e un altro è sapere insegnare.

Il percorso ideato dai governi del PD si chiama FIT: dura tre anni, è retribuito e prevede studi, tirocinio, anno di prova in classe che, in caso di buon esito, conduce al ruolo. L’idea quindi è che per fare l’insegnante è necessario acquisire competenze professionali sul campo.

Adesso veniamo al governo della restaurazione: il FIT sta per essere abolito e, con esso, scompariranno i 100 milioni stanziati per la messa a regime. Non per un motivo valido, semplicemente perché pensato da un governo di colore diverso (sic!). A scuola si entrerà attraverso un concorso, in cui i prerequisiti saranno la laurea e, per chi non li ha nel proprio percorso di studio (cioè quasi tutti, di norma), 24 crediti formativi di pedagogia e didattica conseguiti presso l’Università. È evidente che questi 24 crediti di pedagogia – utili se inseriti in un percorso fatto, appunto, di formazione e pratica – sono pura acqua fresca rispetto a un percorso abilitante sul campo, soprattutto perché i primi sono destinati a tutti gli aspiranti insegnanti (tantissimi) e il secondo sarebbe destinato agli aspiranti insegnanti selezionati con un concorso (pochi, in numero scelto in base alle necessità della scuola).

In questo consiste la restaurazione alla scuola di Gentile: si disegna un sistema in cui si presume che chi sa (perché laureato) sappia anche insegnare. Ciò è falso e ovviamente ne pagheranno le conseguenze gli studenti e di conseguenza tutto il paese. In più non si sa con quale frequenza verranno banditi i suddetti concorsi ed il rischio più concreto è che si precipiti di nuovo nel caos del precariato atavico che ha fatto molto male alla nostra scuola.

Alla restaurazione e al caos si aggiunge poi il ritorno alle discriminazioni tra aspiranti insegnanti precari. Il titolo di accesso al concorso per il ruolo potrà essere indifferentemente laurea + 24 crediti di pedagogia o laurea + abilitazione conseguita in precedenza. Mentre noi avevamo preparato un percorso per portare gli abilitati verso il ruolo (con un concorso-idoneità da svolgersi nel 2018), il governo della restaurazione li riporta alla prima casella del gioco dell’oca (cioè alla necessità di sottoporsi a un concorso con tre prove) creando ulteriore confusione. Assisteremo di nuovo al contrapporsi di categorie di aspiranti insegnanti, che dovrebbero invece essere semplicemente accompagnati e aiutati a fare bene il loro mestiere, un mestiere oggi più che mai cruciale per lo sviluppo della nostra società.

Il ritorno al passato è dunque il mantra di questo governo. Che lo si applichi anche alla scuola, riproducendo il modello gentiliano, tagliando i fondi dell’alternanza scuola-lavoro senza reinvestirli nel sistema, riaprendo le ferite del precariato atavico degli insegnanti, è particolarmente grave e testimonia una sola cosa: a Salvini e Di Maio la cultura fa paura.

 

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