Se mangiare diventa business di mafia

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Il volume complessivo d’affari delle agromafie si aggira intorno ai 21,8 miliardi di euro, il 30% in più rispetto al 2016, un affare che predilige le grandi città

Le mafie entrano dalla stessa porta da cui entriamo noi. Ci accolgono, magari sorridono, ci conducono al tavolo, preparano la cena, consigliano il piatto del giorno. Ci ammaliano tra profumi e primizie. Dalle trattorie alle pizzerie, dai bar alle gelaterie, dai pub alle birrerie. Sono cinquemila i ristoranti in mano al crimine organizzato. Le mafie approfittano della crisi per scalare l’economia legale. E quello della ristorazione è uno dei settori più appetibili. Dal Cafè de Paris di Roma, al Donna Sophia di Milano al Villa delle Ninfe di Pozzuoli, in provincia di Napoli, fino al Donna Assunta di Roma.

Pochi giorni fa il ristorante della Capitale frequentato da divi e personaggi dello spettacolo è stato chiuso, 6 le persone arrestate. Le accuse: intestazione fittizia di beni e riciclaggio di denaro sporco. Il volume complessivo d’affari delle agromafie si aggira intorno ai 21,8 miliardi di euro, il 30% in più rispetto al 2016, un affare che predilige le grandi città, Roma e Milano in testa. Lo dice il quinto rapporto sui crimini agroalimentari in Italia realizzato da Eurispes, Coldiretti e Osservatorio sulla criminalità nell’agricol – tura e sul sistema agroalimentare.

“L’attenzione dei clan mafiosi al mondo della ristorazione è a tutto campo”. Secondo Ranieri Razzante, professore di legislazione antiriciclaggio all’università di Bologna, “le mafie hanno diversificato il loro raggio di azione”. Nel 2016 sono stati duecentomila i controlli della Dia e, dall’ultimo rapporto della Direzione investigativa antimafia, il settore agroalimentare è ambito dalle tre mafie italiane che si spartiscono il mercato, un perverso accordo che vede al Centro Nord spadroneggiare la ’ndrangheta. “La mafia calabrese sfrutta di più le connivenze all’interno della pubblica amministrazione” aggiunge Razzante. Le organizzazioni criminali proliferano in tutti i settori che in Italia funzionano. “Penso al bingo e al gioco d’azzardo, al turismo e alla punta di diamante della nostra economia: la ristorazione. I prodotti made in Italy all’estero sono un grosso affare”.

E un grosso business è anche quello di Cosa Nostra. La mafia siciliana compra o crea imprese agricole e privilegia la grande distribuzione, quella dei supermercati. La più capillare però resta la camorra. La cosca napoletana concentra i suoi investimenti nei bar e nei ristoranti.

Gli esercizi pubblici, grazie anche alla complicità di imprenditori collusi che vendono una parte delle proprie quote, sono assai utili alle associazioni criminali perché hanno una facciata di legalità dietro la quale è difficile risalire ai veri proprietari e all’origine dei capitali. Il denaro che arriva dalle attività criminali come traffico di droga e sfruttamento della prostituzione viene così riciclato e investito in un circuito economico legale. Come quello della cucina italiana, un business che è cresciuto, conquistando un posto di prestigio nei food show della tv.

Ma l’obiettivo non è solo il riciclaggio. Per i clan è importante anche fornire coperture lavorative, presidiare il territorio, aumentare il prestigio familiare e costruire un network sociale di relazioni: dagli imprenditori alla finanza, dalla politica allo spettacolo. Secondo Razzante, consulente della commissione parlamentare Antimafia, la criminalità organizzata è in cerca di rispettabilità e si guadagna il prestigio sociale creando anche nuovi posti di lavoro. Secondo uno studio di Coldiretti infatti, un italiano su sei è disposto ad accettare un posto di lavoro dove le cosche riciclano denaro. A giocare un ruolo importante nella lotta alle agromafie è la politica locale: “Un ristorante per aprire ha bisogno delle licenze e spetta al Comune darle – sottolinea Razzante -. Ci vogliono controlli più capillari dalle amministrazioni, prima di dare una licenza, il Comune deve controllare chi è il proprietario o il gestore. Se su 10 ristoranti 9 sono di proprietà di un pensionato, qualcosa di strano esiste. Perché un’attività apre e chiude continuamente? È necessario anche il controllo dalla prefettura e se c’è un prestanome va individuato”.

Un altro dato allarmante arriva dalla diffusione all’estero di presidi alimentari che non solo riciclano denaro di provenienza illecita ma creano un circuito di controllo sul territorio stesso. Polverizzare le attività mafiose nella ristorazione sia in Italia sia all’estero aumenta le probabilità di sopravvivenza. Ma la ristorazione è solo la punta di un iceberg che coinvolge tutta la filiera enogastronomica: dalla produzione alla raccolta e distribuzione fino alla vendita. Non solo. Anche la pesca, il falso biologico, l’allevamento di bestiame e il tabacco. Tutte facce dello stesso malaffare. I tentacoli dei clan si stringono sull’agroalimentare, un’eccellenza italiana, vittima di una piovra che non solo ricicla denaro sporco ma impianta le sue radici sul territorio e si frammenta in attività difficili da individuare. Un mondo di mezzo in cui le relazioni sotterranee si confondono all’economia legale, come fanno le cosche nella fitta corona di un carciofo.

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