Se perfino Travaglio molla Di Maio

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Il Fatto attacca il vicepremier per le spese del suo vasto entourage. Forse il Direttore aspetta il ritorno di Dibba per un Movimento che torni a fare casino

La crisi politica del M5s ha un suo preciso responsabile nemmeno troppo difficile da individuare: è il “capo politico”, Luigi Di Maio. Surclassato a livello d’immagine e di sondaggi da Salvini, criticato in parte del suo elettorato e persino nei gruppi parlamentari, adesso perde anche il (per la verità sempre tiepidino) consenso di Marco Travaglio, il gran mentore del Movimento nonché facitore delle trame pentastellate.

L’inchiesta del Fatto sui lauti compensi dei larghi entourage del “capo” segna un salto di qualità perché l’attacco non avviene sul terreno della politica ma su quello, ben più sensibile, dello scialacquìo del denaro pubblico: per il vicepremier questo è asfalto che scotta. Di Maio – ha scritto il Fatto – “recluta la sua classe dirigente tra gli ex collaboratori in Parlamento, l’orbita di Casaleggio, gli amici di Pomigliano d’Arco e dintorni. Nei palazzi romani del potere c’è il ritorno dei campani come in epoca democristiana con gli irpini di Ciriaco De Mita”.

Segue tutta una serie di nomi, cognomi e importi dei loro stipendi. Difficile pensare solo alla (meritoria) inchiesta giornalistica: se l’house organ del Movimento comincia a scorazzare nel sottobosco di potere di Giggino, nel suo “cerchio vesuviano”, vuol dire che qualcosa sta cambiando.

Probabile che Travaglio, critico della prima ora dell’alleanza giallo-verde (“Una pagliacciata” ebbe a definirla) si renda conto che la prosecuzione di questa esperienza accanto (e sotto) il da lui definito “Cazzaro verde” (alias Salvini) condurrà l’amato Movimento alla sciagura. D’altra parte egli mise in guardia Di Maio fin dalle infuocate settimane successive al voto: “Se facessero un governo insieme, i 5 stelle sarebbero linciati sulla pubblica piazza. Luigi Di Maio diventerebbe l’uomo più scortato d’Italia. E poi hanno due programmi costosi e incompatibili: non si può pensare di realizzare contemporaneamente la flat tax e il reddito di cittadinanza” (25 marzo). Ma l’esperienza partì lo stesso. E, come sappiamo, i mesi scorsi sono stati un calvario.

Di qui, i nuovi attacchi del Direttore: “Ma che bisogno c’era di dire – come ha fatto Luigi Di Maio a Porta a Porta il 25 settembre – ‘noi con questa manovra di bilancio, in maniera decisa, avremo abolito la povertà’? Già è imprudente vendersi una legge prima che sia approvata dalle Camere, firmata dal Colle e stampata sulla Gazzetta Ufficiale (e il reddito non entrerà in vigore neppure col Def, ma con una norma che nessuno ha letto né scritto). Ma promettere effetti iperbolici di una legge che ancora non c’è è proprio da incoscienti” (7 ottobre).

Ancora. “Questa replica di Luigi Di Maio alle dichiarazioni del presidente della Bce denota una buona dose di infantilismo e di inadeguatezza. E non è degna di un vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico. Ma neppure di un leader politico che dovrebbe essere sintonizzato con i cittadini o, quantomeno, con i suoi elettori” (27 ottobre).

Può darsi che Travaglio aborrisca il blazer dell’azzimato Di Maio perché ritiene che con lui il Movimento stia solo portando acqua al mulino leghista. E che pertanto aneli a una clamorosa riscoperta del Movimento delle origini, forse nella fiduciosa attesa del descamisado Di Battista, un arruffapopolo facilmente manipolabile dal Direttore e dai suoi segugi, un casinaro che farebbe la gioia di un giornale che della politica normale non sa che farsene ma che istintivamente (ed editorialmente) scommette sull’anti-istituzionalismo, uno che odia la sinistra quasi quanto il Travaglio medesimo e dunque ottimo camarade di strada.

Nel frattempo, l’isolamento del vicepremier comincia a fare impressione. Intrappolato nelle sue stesse macchinazioni, ostaggio di un arrembante pari grado come Salvini, privo di considerazione a sinistra. E’ un ragazzo senza spazio politico: il doppio forno è un sogno lontano seppellito dalla realtà. Per ora si consola col suo “cerchio vesuviano”, domani si vedrà.

 

 

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