Il Senato dice sì alla finta riforma istituzionale

Focus

Esulta Luigi Di Maio. Le critiche alla riforma del Partito democratico: è antiparlamentare e non supera il bicameralismo perfetto

Con il voto favorevole del Senato il governo incassa il primo dei quattro sì necessari per la riforma costituzionale che intende tagliare il numero dei deputati (da 630 a 400) e dei senatori (da 315 a 200). Un testo che ha avuto il sì, oltre che dei due partiti della maggioranza, anche di Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Alla fine sono stati 185, i no 54, gli astenuti  4. Una riforma che ha ricevuto le critiche del Partito democratico, di Leu e il gruppo delle Autonomie.

La posizione del Pd

Il Partito democratico chiedeva una riforma complessiva, e per questo aveva presentato un emendamento che legava il taglio dei parlamentari alla trasformazione del Senato in una Camera delle Autonomie, ma la proposta è stata dichiarata inammissibile dalla presidente Elisabetta Casellati. Per questo motivo c’è stato il no ad una riforma definita “antiparlamentare”. I dem denunciano che senza il superamento delle due anomalie del sistema italiano: il bicameralismo perfetto (unico caso al mondo) e la differenzazione dei due elettorati, con il Senato eletto solo da coloro che hanno compiuto il venticinquesimo anno di età.

Taglio stipendi assente

Non è presente nella riforma l’annunciato taglio agli stipendi degli eletti, che dovrebbe essere trattato in una proposta di legge ad hoc, che però ha già registrato il veto della Lega.

L’iter per la modifica

Essendo una legge di modifica costituzionale avrà bisogno di una doppia lettura conforme delle due Camere. Le leggi di revisione della Costituzione – recita l’articolo 138 della Costituzione –  e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Si evita il referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti. Dunque, nonostante l’esultanza di Luigi Di Maio, ancora ci vorrà del tempo, sempre che questa maggioranza duri abbastanza da portare in porto la riforma.

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