X

La sentenza di Palermo: tutto quello che c’è da sapere

Altro che le elezioni in Molise o in Friuli Venezia Giulia: ci ha pensato Palermo a dare lo scossone allo stallo dei vincitori, al “tu sì-lui no-noi forse” con cui Di Maio e Salvini si prendono e si lasciano da oltre cinquanta giorni. La sentenza sulla trattativa Stato-mafia è una vera e propria bomba, inattesa, perché sono 20 anni che se ne parla, quanto deflagrante, perché certo gli esiti non saranno solo giudiziari.

La sentenza sulla trattativa

Ma che cosa è avvenuto ieri al tribunale di Palermo? Ce lo spiega Alessandra Turrisi a pagina 7 di Avvenire: “La trattativa, anzi il ricatto di Cosa nostra allo Stato per ottenere benefici e fermare la furia delle stragi, ci fu e costituisce un reato ben preciso, di cui sono ritenuti colpevoli alcuni boss mafiosi e uomini delle istituzioni. È una sentenza dura quella emessa ieri pomeriggio, dopo quasi cinque anni di processo, dalla seconda sezione della Corte d`assise di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto. Inflitti 12 anni agli ex alti ufficiali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni; 12 anni all’ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri; 8 anni all`ex colonnello del Ros, Giuseppe De Donno; 28 anni al boss e cognato di Totò Riina, Leoluca Bagarella, e 12 al boss Antonino Cinà, tutti accusati di violenza a corpo politico dello Stato. La sentenza attribuisce la responsabilità agli ufficiali del Ros per il periodo 1992-93; a Dell’Utri, per il periodo del governo Berlusconi, ossia 1994, una sorta di seconda fase della trattativa”.

Su Repubblica, a pagina 2, Salvo Palazzolo raccoglie le parole del pm Nino Di Matteo (magistrato del pool palermitano ed elogiato spesso dai 5 Stelle): «Una sentenza storica – commenta Nino Di Matteo, non appena la corte esce dall’aula – Viene sancito che mentre saltavano in aria i giudici, qualcuno nello Stato aiutava Cosa nostra a cercare di ottenere i risultati che Riina chiedeva». Di Matteo sottolinea soprattutto un passaggio della sentenza: «I giudici hanno detto chiaramente che Dell’Utri fece da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l`allora governo Berlusconi, da poco insediato, nel 1994». Fa una pausa e riprende: «Finora si era messa in correlazione Cosa nostra con Berlusconi imprenditore. Adesso, per la prima volta, questa sentenza mette in correlazione l`organizzazione criminale col Berlusconi politico»”.

Dalla copertina del Fatto all’assenza di Libero

Che la sentenza, non sia una semplice decisione di tribunale, lo si intuisce dall’edicola di questa mattina, dove conta sì quel che c’è, ma anche, o soprattutto, quel che non c’è.
Ad esempio, tutti i quotidiani riportano la notizia della condanna di Dell’Utri in prima pagina, Libero no, neanche un titoletto, neanche un rigo. Nelle pagine interne l’articolo c’è e la lettura che fa della sentenza è tutta politica, apartire dall’occhiello, “Che tempismo”, poi il titolo, “Sulla trattativa di governo irrompe quella Stato-mafia”, e infine il sommario: “La sentenza che condanna fra gli altri Dell`Utri e il generale Mori sembra proprio il grimaldello che serviva al M5S per scardinare Berlusconi da Salvini”.

All’opposto di Libero, Il Fatto Quotidiano urla in copertina “La trattativa c’è stata e B. è il suo profeta”, tutto in maiuscolo, su un grande fotomontaggio in bianconero, dove sono affiancati il generale Mori, Berlusconi e Dell’Utri. L’editoriale del direttore Marco Travaglio è intitolato “È Stato la mafia” e questo è l’attacco: “Quella di ieri, 20 aprile 2018, è una data storica, come la sentenza che l`ha segnata. La sentenza che chiude il processo di Norimberga allo Stato italiano. Riscrive la storia della fine della Prima Repubblica e l’inizio della Seconda. E condanna per lo stesso reato violenza o minaccia a corpo politico dello Stato – tanto gli uomini di mafia(Leoluca Bagarella e Antonino Cinà, unici picciotti superstiti fra gli imputati dopo le morti di Provenzano e Riina) quanto gli uomini dello Stato (i capi del Ros Subranni, Mori e De Dormo e l`inventore di Forza Italia Marcello Dell’Utri)”.

Il Fatto, si sa, aveva preso posizione da tempo, e Travaglio lo ricorda (“La Corte di Assise di Palermo ha messo nero su bianco, in nome del Popolo Italiano (…) quello che noi del Fatto e pochi altri avevamo sempre detto e scritto sul patto neppure tanto occulto fra Stato e mafia”), ma anche gli altri quotidiano danno grande rilevanza alla sentenza, sia nella prima pagina sia nelle pagine interne.

Ecco una rapida carrellata dei titoli che, ovviamente, hanno accenti diversi: Per i giudici ci fu la trattativa Stato-mafia. Berlusconi: realtà falsata, denuncio il pm” (Corriere della Sera), “Stato-mafia: 12 anni a Dell’Utri. Salvini, strappo con Berlusconi” (La Repubblica), “«Stato-mafia, ci fu trattativa»: 12 anni a Mori e Dell’Utri” (Il Messaggero), “Stato-mafia, sentenza assurda a Palermo. Il teorema della trattativa: condannati Dell`Utri e Mori” (Il Giornale), “La malatrattativa. Condannati boss, carabinieri del Ros e Dell’Utri. Assolto Mancino. M5s: pietra tombale sul Cav “ (Avvenire).

Sulla bilancia della giustizia, si è pesato anche Nicola Mancino, all’epoca ministro dell’Interno, anche lui messo in croce e, alla fine, assolto. A Francesco Grignetti, sulla Stampa, dichiara: “«La sentenza è la conferma che sono stato vittima di un teorema che doveva mortificare lo Stato e un suo uomo, che tale è stato ed è tuttora»”.

Quotidiani divisi: sentenza tecnica o politica

I commenti sulla sentenza sono i più diversi. Dall’esaltazione del Fatto, al tremendo giudizio del radicale Massimo Bordin sul Foglio: “È stata una sentenza politica quella di ieri sulla Trattativa. (…) Fosse solo un problema giudiziario saremmo nel campo di un orrore ben noto. Enzo Tortora in primo grado fu condannato a dieci anni come camorrista. In questo caso è diverso. A Napoli si limitarono a brindare alcuni giornalisti, qui si è applaudito in aula. E’ iniziata la terza repubblica, quella dei cittadini, ha commentato Luigi Di Maio. Forse precorre i tempi, siamo ancora a Weimar, ma almeno in Germania, un magistrato che trovò il modo di assolvere Dimitrov pure ci fu, quando le cose erano già precipitate e la “Terza Repubblica” si stava già insediando. Ieri ci si è limitati a Mancino”.

Un giornalista esperto di mafia come Attilio Bolzoni scrive su Repubblica: “Questa sentenza dice che il cratere di Capaci non è riuscito a ingoiarsi tutti i misteri e tutti i ricatti, i patti, i depistaggi, gli inganni. Dice che ci sono stati uomini delle istituzioni e di almeno un partito che hanno negoziato – per conto proprio e per conto terzi – con i peggiori criminali della storia italiana. Questa sentenza dice che lo Stato ha processato e condannato se stesso”.
È curioso osservare che chi negli anni Novanta brindava alla Seconda Repubblica e alla fine della Prima, caduta grazie a tangentopoli, oggi brindi alla morte della Seconda. L’ex magistrato Antonio Ingroia, intervistato dal Fatto Quotidiano: “La Seconda è stata una Repubblica eversiva? La Seconda Repubblica è stata edificata sulla Trattativa dello Stato con Cosa nostra”.

Nonostante il giubilo di una certa sinistra e dei 5 Stelle, lo storico Aldo Giannuli, intervistato su Repubblica (pagina 8) da Concetto Vecchio, a domanda risponde: “Da storico come valuta la sentenza sulla Trattativa Stato-mafia? «È probabile che ci fu una trattativa tacita, ho qualche dubbio che sia stata provata dal processo. Ma dovrei leggere le motivazioni»”.

Salvini e Di Maio, la sentenza apre la strada dell’alleanza

Al di là del peso giudiziario, c’è un evidente peso politico. Francesco La Licata, sulla Stampa, così commenta: “Una vera bomba la sentenza pronunciata dal presidente Alfredo Montalto. (…) Il «botto» ha ricadute anche sul presente e, in particolare, in questo delicato momento in cui i vertici dello Stato cercano pazientemente di mettere insieme una difficilissima maggioranza per formare un governo”. E Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera: “il verdetto di ieri ha anche dei risvolti politici, non fosse altro perché è stato pronunciato nel pieno di un`altra trattativa tuttora in corso, tutt’affatto diversa, per la formazione dell`esecutivo che dovrà guidare il Paese nella nuova legislatura; e nel dispositivo letto ieri dal presidente della corte Alfredo Montano è risuonato il nome di uno dei protagonisti della trattativa di oggi: Silvio Berlusconi”.

Tutti i commentatori politici sono concordi, iniziando dalla Stampa dove Carlo Bertini, dopo aver ricordato la frase di Berlusconi rivolta ai 5 Stelle («nella mia azienda li chiamerei a pulire i cessi»), scrive: “Toni e frasi che aiutano i grillini a staccare di netto qualsiasi legame con l’ex Cavaliere, anche per la sentenza Stato-mafia «che mette una pietra tombale su Berlusconi e su qualunque possibilità di dialogo con lui». Con le condanne, twitta Luigi Di Maio, «muore definitivamente la Seconda Repubblica»”.
Ma non è solo Di Maio a twittare. Giorgio Velardi sulla Notizia descrive così le reazioni dei Cinque Stelle: “#Trattativastatomafia: Dell’Utri condannato a 12 anni. Dell’Utri è colui il quale trattava con Cosa Nostra durante il governo Berlusconi. C`è bisogno di altro per spiegare che Berlusconi è una persona che deve sparire dalla scena politica nazionale?” twitta il deputato grillino Carlo Sibilia. “Ora il Caimano sarà ancora più nervoso”, gli fa eco su Facebook Alessandro Di Battista”.

Stefano Folli, nell’analisi che fa su Repubblica, osserva: “I Cinque Stelle hanno ottenuto buona parte del loro successo popolare in questi anni sul presupposto che le infiltrazioni criminali nello Stato abbiano alterato il gioco democratico. Per coincidenza la sentenza di Palermo arriva nel pieno di un passaggio politico confuso, dagli sbocchi ancora indecifrabili; e inevitabilmente permette a Di Maio di afferrare una preziosa ciambella di salvataggio nel momento più difficile. (…) Si capisce quindi che Di Maio abbia sventolato la sentenza come una bandiera, visto che il co-fondatore di Forza Italia, Dell’Utri, ha ricevuto un`altra pesante condanna. La fotografia del Paese, secondo una certa iconografia pentastellata, ne viene esaltata. Del resto, non va dimenticato che il pubblico ministero del processo, Di Matteo, è intervenuto di recente a Ivrea a un convegno dei Cinque Stelle, tanto che qualcuno già se lo è immaginato – ma senza basi concrete ministro in un governo Di Maio. In ogni caso non è facile stabilire se la sentenza assesta davvero un colpo mortale a una Seconda Repubblica che a tanti sembra non essere mai nata. Di sicuro garantisce ai Cinque Stelle l`uso politico di quello che la sentenza ha definito. Come ha detto lo stesso Di Matteo, «sono sanciti i rapporti mafiosi di Berlusconi». Difatti è li che i magistrati hanno colpito: Berlusconi non è condannato, ma in un certo senso è come se lo fosse. Spetta adesso a Di Maio e ai suoi sfruttare la circostanza per tentare di allargare la crepa fra il fondatore di Forza Italia e Salvini”.

Articolo originale

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti contenuti in linea con le tue preferenze. Cliccando in un punto qualsiasi dello schermo, effettuando un’azione di scroll o chiudendo questo banner, presti il consenso all’uso di tutti i cookie.