Siamo tutti classisti. Ecco come la sinistra ha perso la via

Focus

Un articolo di Michele Serra ha aperto il dibattito su un tema di cui si parla poco ma che ha messo in luce tutta la nostra ipocrisia

Grazie Serra. Grazie per aver dato il via a un parapiglia con la sua Amaca a dir poco confusa di qualche giorno fa, grazie del successivo chiarimento e soprattutto grazie per aver scoperchiato il pentolone delle radici del classismo. Così almeno se ne parla, anche se nella canea della polarizzazione in rete non appare semplice districare la matassa in un ragionamento “ragionevole” senza andarsi ad infilare veloci in uno sterile dibattito pro/contro. Fuoco cova sotto la cenere perché grande è la confusione sotto il cielo, dunque la situazione è eccellente.

Il classismo della scuola è segnale di classismo ideologico di stampo idealista e come tale disegna una società culturalmente e socialmente divisa. Va precisato che non è vero che la scuola oggi sia classista più che mai, prima lo era di più, ma non è vero nemmeno che non lo sia. Come del resto lo è il Paese.

La scuola è un sottosistema sociale e come tale riflette l’ambiente in cui è inserito. Che i rendimenti scolastici siano condizionati dal contesto e che la scuola debba agire da motore di compensazione se il contesto è degradato o di potenziamento se il contesto è favorevole, ribaltando dunque il rapporto tra educazione e condizionamento sociale, è uno degli obiettivi della scuola, non è un’acquisizione recente.

Ne scrive Dewey cento anni fa, ne riscrive Visalberghi (grandissimo pedagogo italiano, tra i padri costituenti della scuola della democrazia, “di sinistra”, se vogliamo collocarlo, nonché tra i padri della scuola media unica, che viene istituita nel 1962, autore proprio di “Educazione e condizionamento sociale”, 1964), ne scrive don Milani, nel 1967, come è noto a tanti anche se in pochi poi lo han letto, ma soprattutto, tale interdipendenza (che un sistema d’istruzione ben strutturato può annullare) è oggetto di studi specifici e di raccolte di dati da parte di caterve di indagini, studi, rapporti. I più noti sono quelli delle rilevazioni Ocse Pisa, in cui la relazione tra rendimenti scolastici e contesto familiare-sociale-culturale-geografico viene analizzato in maniera molto specifica e rappresentato dall’indicatore Escs: sappiamo dunque tutto. Però non lo sappiamo tutti.

Nelle riflessioni di Serra, necessariamente sintetiche, dove è nato l’equivoco? 

Dal fatto che confondere ceto e contesto, è scientificamente errato e comunque non è che genera equivoci e dunque va detta meglio, è proprio errato.

Inoltre non è pertinente assimilare in unica cosa rendimenti e comportamenti, specie se stiamo parlando di bullismo, fenomeno su cui tanti punti interrogativi possono porsi, anche perché ci troveremmo di fronte a delle sorprese se pensassimo di trovare un automatismo tra bullismo e ceto sociale (cosa intendiamo oggi per ceto sociale?). L’indagine sul bullismo svolta dall’Istat nel 2014 (utile sarebbe rifarla adesso per comprendere i trend) non ha le stesse interrelazioni tra comportamenti, contesti e tipi di scuola che troviamo tra rendimenti scolastici e ambiente di riferimento (contesto sociale, familiare geografico o culturale, tipo di scuola).

Il quadro generale è che Ocse Pisa e Prove Invalsi ci restituiscono una fotografia del nostro sistema scolastico in cui i rendimenti medi più alti sono nei licei, meno alti nei tecnici e bassi nei professionali, che sono più alti nei contesti non marginali e più bassi in quelli marginali, più alti al Nord e molto più bassi al sud (il tutto con differenze da osservare disaggregando i dati). I dati possono analizzarsi nelle serie storiche e nei rapporti, per comprendere in cosa la situazione migliora e in cosa si peggiora e che non è vero che oggi si sta peggio di prima e il sistema scolastico è in declino. Vuol dire che comunque, al di là dei problemi, qualcuno nelle classi del disagio si fa un mazzo così e alcune misure hanno avuto impatti positivi e altre negative.

Quello che manca sono non solo la formazione specifica del personale scolastico per lavorare sugli ultimi in contesti svantaggiati (delegata all’autonomia scolastica e alle decisioni delle singole scuole, non tutte sono in grado) ma, soprattutto, mancano azioni strutturali specifiche e continue per il recupero degli ultimi (presenti in altri sistemi educativi: dal Canada, alla Finlandia, all’Estonia, all’Australia, per elencare paesi diversissimi tra loro ma che hanno investito molto sull’annullamento dei divari interni dei rendimenti). Molto s’è fatto, vero, ma troppo non si fa. Se andiamo a fare un’analisi del mercato delle ripetizioni private (ne parla Raimo nel suo libro) capiamo come ce ne sia di lavoro da fare dentro la scuola sul recupero degli ultimi. Se poi consideriamo che nei contesti marginali col cavolo che le hai le lezioni private per recuperare e che arrivi a scuola già con delle carenze che si accumulano, al dato “recupero ultimi”- “lezioni private” è meglio sostituire bocciature e dispersione scolastica.

Il bullismo invece (perché la frase che ha destato maggiori critiche nello scritto di Serra è stato il mettere in relazione direttamente proporzionale bullismo, mancato rispetto delle regole e ceto sociale svantaggiato) sembra seguire altre dinamiche, molto complesse, che non sono la relazione con il tipo di scuola, e forse nemmeno tanto coi contesti, anche se a prima vista ci verrebbe da pensare il contrario. Andrebbe approfondito con degli studi.

Dall’indagine Istat del 2018 risulta che hanno subito comportamenti offensivi una o più volte la settimana il 6,2% degli studenti degli istituti tecnici, rispetto all’8,7 % degli studenti del liceo e al 9,1 % di quelli degli istituti professionali. Più al Nord che al Sud. E allora, come funziona questo bullismo? Questo “spregio per le regole del ceto popolare”? Quale popolo? Chissà, forse, non so. Cautela e studi ce lo potrebbero rivelare, non pregiudizi o opinioni poco approfondite. Quell’indagine ribalta i dati sui rendimenti. Cioè: il bullismo non è classista. Sospetto che l’immersione nell’interrelazione digitale tra gli adolescenti abbia annullato quegli automatismi che abbiamo rilevato tra contesti e rendimenti, automatismi che i comportamenti forse non seguono. Ma è solo un sospetto, da approfondire con indagini.

Lo ridico: ceto e contesto son cose diverse. E forse per questo più d’uno è saltato sulla sedia. Però l’argomento è serio e non è una dichiarazione di autoreferenzialità il consiglio di “far parlare l’esperto” in certi casi, ma il bisogno e la domanda rivolta alle classi intellettuali e dirigenti del paese di aggiornare il tagliando delle conoscenze e delle riflessioni sui temi educativi. C’è da dire che la ricerca educativa accademica non esce dal suo recinto e divulga poco. Non so per quale responsabilità. Oppure non “sfonda” come ha fatto lei. Però è necessario che inizi a farlo: spesso e bene.

Tutti ripetiamo che non vogliamo essere classisti a sinistra, tutti vogliamo che “il figlio dell’operaio possa fare il medico”, bene, questo lo abbiamo fatto, accade, certo non come vorremmo, deve superare ostacoli su ostacoli, ma accade. Eppure esiste un classismo più infido che i dati non rivelano. Si manifesta per intero nella sua ipocrisia: non tutti, forse pochissimi, vogliamo che “il figlio del medico faccia l’operaio”, lo troviamo disdicevole e non pensiamo che le due condizioni, e i relativi percorsi formativi debbano avere identica considerazione, dignità culturale e sociale. Se non a parole.

Perché?

Perché all’operaio (potrei dire elettricista, carpentiere,..) non stiamo garantendo la stessa offerta formativa culturale? Perché (banalizzo) a lui non serve il latino? Perché non è dignitoso che un medico abbia per figlio un carpentiere? Perché uno che deve fare il medico non deve avere dentro la scuola nemmeno il lontano sospetto di avvitare un bullone che tanto non gli serve e per carità orrore orrore? Perché non leggo appelli per la salvezza degli istituti professionali? Beh, parliamone, e subito.

Perché è questo il classismo della sinistra ed è per questo che, mascherato da paternalismo, appare qua e là l’intento discriminante, e traspare intera anche per questo motivo la diffidenza dei contesti marginali nei confronti dei contesti non marginali? Se posso: ben riposta. Non perché in questi contesti abbiano sdoganato l’ignoranza, ma perché non ci siamo impegnati a toglierli dall’ignoranza, piuttosto ci impegniamo tantissimo a lasciarceli e siamo intrisi dell’idea del lavoro manuale o tecnico o professionale come condizione subalterna. La sinistra è fallita nella proposta in quello che era il suo messaggio fondante: il figlio dell’operaio faccia il medico e il figlio del medico faccia l’operaio perché le due condizioni sono entrambe emancipate, culturalmente prima che economicamente e nessuna delle due ha subalternità culturale rispetto all’altra.

Per carità, il borghese riuscito può pure avere il vezzo della vigna, come un ozio ciceroniano, ma per favore il figlio al professionale no. Mai. E il professionale non sia attrezzato culturalmente, per carità, bastano delle dispensine fotocopiate, anzi, un pdf di due pagine.

Vergogna, sinistra, vergogna

Dura da un bel po’ però questo equivoco, in fondo, ma nemmeno in fondo, non si è mai superata l’ideologia gentiliana. E dunque ci ritroviamo tutto quel che ne segue: la separazione ideologica tra cultura e lavoro, tra teoria e sperimentalità della teoria, tra liceo classico e scuola tecnica, tra bravi che vanno al liceo classico e somari che vanno ai tecnici e ai professionali. E ce la fingiamo come sinistra.

Tale separazione, codificata nei meccanismi infami di orientamento che appare il segno della subalternità della scelta, vittima dei miei rendimenti, a loro volta segnale della mia condizione di origine, che la scuola non vuol cambiare e vuole assecondare, tale separazione che annulla il senso dell’autodeterminazione della persona, quella che dovremmo coltivare in ogni bambino e bambina a prescindere dai contesti e dalle provenienze è ancora fortissima. Ne potremmo parlare a parte.

Chi sono questi somari e chi l’ha detto che un somaro non debba conoscere il latino e un ragazzo studioso non debba sperimentare in laboratorio? Osservi meglio e scopri che “i somari” sono di più tra i poveri. Sono somari perché sono cretini? si chiedeva Don Milani. No, perché sono abbandonati ai contesti. Ci si arrende all’abisso, alla separatezza, alla diseguaglianza, allo snobismo, all’ipocrisia, non solo la scuola, ma anche la politica, l’accademia, le classi dirigenti e intellettuali del paese non se ne interrogano se non così, superficialmente, perché non si mette in campo adeguata compensazione, perché laddove i bambini hanno di meno gli diamo meno scuola e non recuperano mai quelle fragilità all’ingresso (in termini di minori conoscenze implicite) che in altri contesti non hanno, in quei contesti non hanno gli asili e non hanno il tempo pieno, che gli vuoi far compensare? E, ripetiamolo non è il ceto, ma il contesto.

E poi, siccome non recuperano ci raccontiamo che “non hanno testa di studiare mandiamoli al tecnico e al professionale certo non al liceo”. E perché mai? E il figlio del medico al professionale mai. “Perché il professionale fa schifo”. Ed ecco la ghettizzazione classista dell’orientamento per rendimenti e non per attitudini. Del diverso rigore didattico che nessuna riforma ha mai prescritto. Un dato: A Torino la percentuale di classi a tempo pieno è dell’85% a Palermo del 4%. Sovrapponete a queste percentuali i risultati delle prove Invalsi. No, non sono cretini, siamo cretini noi, a sinistra.

Non mi pare di aver letto in giro appelli di intellettuali o classi dirigenti di sinistra in tal senso. E nemmeno per la dignità culturale e collettiva delle scuole professionali e per la salvaguardia del rigore didattico in quei percorsi, in cui mandiamo i figli di nessuno, se sono “somari”, alimentando non pluralismo democratico ma ghettizzazione ideologica, culturale e sociale. Ne leggo uno ogni anno, di appelli a sinistra sulla salvaguardia del liceo classico, per carità, bellissimo, ma il dato è che non lo stiamo facendo per amore della cultura ma per classismo: sappiamo parlare solo di noi. Siamo classisti. Di diseguaglianza non ne sappiamo parlane e non sappiamo agire. Tutti noi esperti di “l’ascensore sociale si è fermato”.

Da dove deriva tutto ciò?

Diritto da Gentile e dal fascismo. E cosa abbiamo fatto noi in questi decenni di Repubblica? Molto, moltissimo, ma non abbastanza, perché dovevamo conservare la consapevolezza delle nostre idee: del modo ideale e concreto per annullare le diseguaglianze che sono prima ideologiche che economiche. Cioè nell’avere tenute separate quelle due cose che Dewey, Gramsci, Visalberghi, don Milani e tutto il movimento pedagogico della scuola democratica hanno tentato di tenere unito: cultura e lavoro, con pari dignità, come mezzo di emancipazione delle classi subalterne. E ci siamo impantanati lì. E nel non averli mai riletti, studiati, metabolizzati a tal punto da poter reggere l’accusa di “liberismo” o “classismo” quando si parla in modo confuso e si ragiona del rapporto tra classismo sociale, diseguaglianza e sistemi d’istruzione.

Io stessa, potrò esserne accusata se scrivo che tutto ciò si annullerebbe con “una scuola di base uguale per tutti, fondata su un nuovo modello educativo in cui si uniscono sia l’attività intellettuale che quella manuale. Una scuola, quindi, di cultura, non di tipo politecnico, ma che sia sempre lavoro, impegnata in una trasformazione della realtà. L’unità che uccide le diseguaglianze mettendo in rapporto stretto: -Scuola e vita; -istruzione ed educazione; -istruzione e lavoro; -acquisizione di capacità di produrre/dirigere. La scuola, così facendo deve tendere al pensiero creativo che permette di raggiungere l’emancipazione e l’autonomia morale e il superamento non delle classi ma della subalternità delle classi. Emancipazione e autonomia morale propria del soggetto, il quale, con identica dignità di posizione nel mondo, sceglie e non si fa imporre il proprio pensiero”. E’ Antonio Gramsci.

Capirai, vallo a dire alla congrega dei liceali e degli accademici di cui anche la sottoscritta fa parte. E vallo anche a dire alla “politica liberista”. Che si son confusi i pezzi e se li son persino scambiati.

Ora, per non far finta di partire sempre da zero, servirebbe a sinistra solo una cosa: tornare a studiare

Dare dignità alle discipline e la pedagogia lo è, tanto importante quanto completamente ignorata e studiarle. Per dare almeno ad ogni parola il suo significato anche relativamente ai sistemi d’istruzione, e non è secondario, perché è nel sistema d’istruzione che si disegna, come avrete ben compreso, la struttura sociale del Paese. Dare un significato reale agli impatti delle scelte e delle azioni sulle parole e viceversa: sinistra se è sinistra, e vuol dire fare o non fare alcune cose, classista se è classista, liberista se è liberista, e via dicendo e, se i significati non ci piacciono, e le azioni connesse nemmeno, diamo nuove definizioni e nuove direzioni ma conoscendo un po’ meglio la cornice ideale che ci siamo scelti.

Il classismo è definire il progresso individuale come un ascensore, che possibilmente salga da una condizione di lavoro materiale, considerata inferiore, a una di lavoro intellettuale considerata superiore. Ogni tanto sale e, se scende, per carità. Ritenere che sia disdicevole che il figlio del medico voglia fare il pastore. Il classismo è ritenere che i due, il medico e il pastore, debbano avere una formazione culturale (non professionale) di qualità diversa e accontentarsi come dato di fatto dell’ignoranza del pastore, perché al pastore non serve interrogare la luna e l’universo sull’infinito che lo copre, perché tanto non ha testa di studiare, e se ha testa di studiare il medico può fare, non il pastore. Perché la cultura non serve a chi deve sporcarsi le mani. Non deve esserci nessun ascensore sociale in una società equa, bensì mobilità. Differenza, non diseguaglianza, a pari considerazione di ogni lavoro e a pari formazione culturale a prescindere dal tipo di lavoro.

Non chiediamoci perché si sollevano contro eh. Ecco, è questo abisso di idealismo gentiliano il problema da cui stavamo uscendo gradualmente e poi zac, ci siamo rituffati, sarebbe interessante capire quando, nel’68? Quello che dice che l’istruzione di qualità la devono avere solo i licei e professionisti con laurea e non i professionali che fanno altri mestieri senza laurea, l’antico avviamento al lavoro è un delitto etico, culturale e sociale a cui la sinistra ha contribuito e contribuisce ogni giorno.

E’ il succo del vero ipocrita classismo in cui siamo un po’ immersi tutti senza nemmeno accorgercene.

Per fortuna mi par di capire che, complice o responsabile la globalizzazione, i nostri giovani, presi dall’urgenza della vita, quelli un po’ più attrezzati per riflettere su se stessi e sul mondo, le stanno coprendo queste distanze ormai surreali e iniziano a considerare parimenti gratificante fare il pastore 4.0 o il medico. Purché sia fatto bene, è lavoro. E iniziano a pretendere delle scuole tecnico professionali che non accolgano solo i figli di nessuno “perché non hanno testa di studiare”, o dei licei che devono prendersi solo “quelli che vogliono studiare” o i figli di quelli che “i figli devono per forza studiare le cose che dicono loro al liceo perché al professionale o al tecnico no, per carità, non ti danno la vera cultura”, ma i figli di chiunque perché semplicemente vogliono studiare, bene e sempre, cose diverse ma che possano assecondare le personalità, non i contesti. A prescindere da dove vengano e dai loro rendimenti scolastici ma seguendo solo e soltanto le loro attitudini. Ed è solo così che veramente annulleremmo le diseguaglianze (almeno culturali) per promuovere sul serio e senza ipocrisia le differenze della persona senza che siano discriminazioni di classe.

Da piccola volevo fare il falegname, mio padre mi disse “puoi fare quel che vuoi se lo vuoi, l’importante è che non smetti mai di leggere, di studiare”. Lui, maestro di periferia, uomo di sinistra, non è mai stato classista. Io sì. Ce n’è voluto per ritrovare la via. Rimettermi a leggere.

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