I settant’anni della Costituzione che ha fatto convergere culture e storie diverse

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In quelle settimane, nel 1947, operava una sorta di sana tensione fra ciò che divideva e ciò che univa

Quante volte definiamo i nostri ultimi decenni come post-ideologici e, al contrario, quanto erano vive le ideologie nel dopoguerra! Eppure in pochi mesi i padri costituenti completarono la stesura della Carta fondamentale dello Stato repubblicano. E’ questo, in fondo, a conferire alla nostra Costituzione un carattere prodigioso.

L’anno – il 1947 – che si era aperto con la scissione di Palazzo Barberini si concludeva con l’accordo sulle basi della nostra democrazia. Come se ognuno avesse dato il meglio di sé, in una storica convergenza di persone, culture, storie, linguaggi dissimili. La forza della necessità, si potrebbe dire. Certo: la guerra, le macerie, la povertà, l’imperativo della ricostruzione morale e materiale del Paese rappresentavano una spinta formidabile, ma il fattore umano, il senso di responsabilità di quelle donne e di quegli uomini risultarono decisivi.

In quelle settimane, forse, operava una sorta di sana tensione fra ciò che divideva (e forti erano le fratture di natura dottrinaria, specie a sinistra) e ciò che univa. Un esempio. Spesso – proprio a proposito di Palazzo Barberini – associamo i principi ispiratori di quella scissione a un programma “minimo” (in seguito condensato nel trinomio, a onor del vero attualissimo, di Giuseppe Saragat: “case, scuole, ospedali”). In realtà, come ricordato nel 2001 da Gaetano Arfè (così leggo sul libro di Leo Solari I giovani socialisti nel crocevia degli anni ’40), la forza politica che da essa prese corpo “non è nelle intenzioni dei suoi costruttori un partito di socialismo moderato, è un partito classista che si dà come obiettivo ultimo la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, che non esclude nelle dichiarazioni di suoi autorevoli esponenti, anzi auspica che, una volta affermata, organizzata e consolidata l’autonomia dei socialisti, una politica unitaria del movimento operaio possa essere ripresa. Il marxismo, liberamente interpretato, cultura e non dogma, è la sua dottrina, in esso è il fondamento teorico della sua autonomia ideale e programmatica”.

Già: e oggi? Sarebbe contrario proprio allo spirito che animò i padri costituenti alimentare una sterile disputa fra coloro che intendono conservare “senza se e senza ma” l’attuale Costituzione e quanti vorrebbero rinnovarla. Occorrerebbe piuttosto discutere del merito delle proposte, come quella volta a dar vita a una Repubblica semipresidenziale, sul modello francese. A tal fine andrebbe sollecitato un dibattito pubblico diffuso, individuando strada facendo i luoghi, le forme, il metodo del confronto. Senza cedere, neppure per un istante, allo sconforto.

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