Io, siciliana, diffido della riforma delle autonomie

Focus

Cinque premesse per ciascun siciliano per poter rispondere se è d’accordo alle autonomie differenziate

Si discute in questi giorni in consiglio dei ministri la bozza della cosiddetta “autonomia differenziata” riducendo un argomento costituzionale di importanza vitale per il corpo sociale dello Stato a contrattazione “privatistica” tra potere politico e regioni, difetto non da poco sollevato non tanto dalla politica ma da illustri costituzionalisti. Possono una siciliana, un siciliano opporsi alle legittime richieste di autonomia avanzate da altre regioni? No, ma può pretendere che a tale discussione si dia una veste parlamentare nazionale e una discussione che miri a un processo ordinato. Cerchiamo di capire perché la Sicilia, regione a Statuto speciale, debba interessarsi di questo argomento.

Chi scrive non è contraria a priori alle autonomie differenziate, purché tale processo accada con i caratteri del cambiamento trasparente e ordinato, sia dal punto di vista legislativo che amministrativo. Con la riforma del titolo V, gli artt. 117 e 119 della Costituzione hanno dato indicazioni allo Stato e alle Regioni, sia in merito al federalismo sia in merito alle rispettive competenze in molte materie, che, tradotto, rappresentano concretamente diritti sostanziali e servizi essenziali che devono garantirsi a ciascun cittadino su tutto il territorio nazionale. Accade che alcune regioni chiedano di gestire in proprio ben 23 materie concorrenti e, per essere messe nelle condizioni di farlo al meglio, chiedono di poter trattenere il cosiddetto “residuo fiscale”.

Cioè una cospicua parte delle tasse da loro versate non andrebbero alla fiscalità generale per poi essere redistribuite dal bilancio nazionale dello Stato per i singoli ambiti di spesa alle regioni e ai comuni. Richiamiamo due punti dei suddetti artt 117 e 119, perché servono al ragionamento, dove si dice che “Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie: m) determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale“. E dove si dice che “Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni”. Laddove una regione non lo facesse, lo Stato deve supplire, questo recita la Costituzione. Accade invece che, su molte delle suddette materie di cui sopra, lo Stato oggi, nei confronti delle regioni del Sud, è inadempiente e non supplisce. Non è assicurata al Sud già adesso quella che si definisce perequazione, senza nemmeno mettere mano a cambiamento, non solo per effetto di politiche regionali inadeguate o inefficienti, nessuno sta qui a negarlo, ma per insufficiente erogazione di risorse dal livello centrale dello Stato, erogazione che oggi avviene per spesa storica e non per fabbisogno.

Bisogna precisare che le regioni del Sud non sempre hanno rivendicato il proprio, preferendo magari concentrarsi su altre richieste quasi a compensazione, con l’effetto che nel Sud è cresciuta a dismisura la spesa pubblica di altro genere, spesso assistenzialistica, mentre è rimasta al palo per assurdo la rimessa per l’assistenza e cioè per l’erogazione di servizi essenziali. Basta citare i due dati che si richiamano sempre e cioè la differenza percentuale di presenza di asili nidi e di tempo pieno rispetto al Centro e al Nord, nel Sud, compresa la Sicilia, regione fino ad oggi inutilmente a statuto speciale per quel che riguarda il benessere collettivo e individuale derivante dalla presenza e qualità dei servizi. Lo stesso può dirsi sull’assistenza ai disabili, agli anziani, sulla sanità. Qualcuno dalle regioni che oggi chiedono autonomia obietta: il Sud non spende e non investe quando ne ha la disponibilità in quelle materie. La Sicilia ad esempio ha avuto fondi a suo tempo sia per i nidi che per il tempo pieno e non li ha spesi. Ed è vero. In realtà, poiché il Sud non li ha chiesti o spesi lo Stato ha creduto bene di non esercitare mai la sua funzione suppletiva. Sta di fatto che gli articoli su citati della Costituzione parlano chiaro in merito a un’azione sostitutiva dello Stato di fronte a inadempienze territoriali. Mettendoci nei panni del cittadino, può essere una giustificazione quella che “la Sicilia non li spende”, o, peggio che “i cittadini non rivendicano quei servizi”? E quando un bambino siciliano, magari più grandicello, studente, può trovarsi a rispondere a un ministro, leghista, che gli chiede maggiore impegno se è rimasto indietro, cosa può rispondere? Guardi io sono più povero, non mi avete mandato all’asilo, non mi avete dato il tempo pieno? E a chi deve rivolgere queste rivendicazioni se nei suoi riguardi le responsabilità sono diffuse ma è lo Stato che, non solo ha già mancato ai suoi impegni, ma rischia di mancare ancor di più se il disegno del regionalismo differenziato andasse in porto per come è messo in campo?

Mancano dunque delle premesse necessarie per ciascun siciliano per poter rispondere se è d’accordo alle autonomie differenziate.

Primo: una discussione pubblica e approfondita sui livelli essenziali di prestazione; se non viene osservata la Costituzione e ai siciliani non si assicura quel che è dovuto a ciascuno di loro pro capite e non per “spesa storica”, si rischia davvero che quel dovuto non sia mai assicurato causa squilibrio di risorse erogate alle regioni, che già c’è oggi e che triplicherebbe se andasse in porto la richiesta di maggiore autonomismo.

Secondo: l’analisi approfondita delle materie coinvolte. Siamo sicuri di voler regionalizzare materie fondamenta della coesione nazionale come scuola, sanità e assistenza sociale?

Terzo: che metà Paese sia all’oscuro e che il Parlamento non partecipi a una discussione, non solo a una votazione sì o no su materie costituzionali è inconcepibile.

Quarto: con il regionalismo differenziato, al netto del possibile caos amministrativo, la mobilità degli utenti oggi tipica del settore sanitario rischia di allargarsi alle altre discipline, dalla scuola, all’assistenza, a tutte e 23 le materie. I promotori e noi ci rendiamo conto che uno degli effetti sarà l’aumento di immigrati dal Sud? E dunque ulteriore desertificazione e ulteriori squilibri da sanare che costerebbero il triplo allo Stato centrale?

Quinto: dubbi fondati sulla classe dirigente del Sud che si sta facendo passare sopra la testa tutto, forse per “andarsela a contrattare sottobanco”; fortunata lei se pensa che un governo a trazione leghista metta 10 o 15 miliardi per assicurare i LEP ai siciliani. Inoltre non si tratta di recriminare o di contrattare favori di scambio nelle stanze chiuse dei palazzi a Roma, come è usanza malata del Sud, ma anche del Nord di Zaia, ma di rivendicare diritti. Pubblicamente e in totale trasparenza. Un modo per fare le cose ordinatamente, mediare posizioni e nello stesso tempo garantire a tutti i cittadini e a tutte le cittadine pari opportunità pur dentro una cornice legittimamente autonomista c’è: dibattito parlamentare nazionale e cornice costituzionale. Ci sarà? O ci ritroveremo Pif che irrompe negli uffici degli assessorati regionali siciliani non capendo come mai i disabili siciliani non hanno risorse per loro? Già, e come mai?

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