Sicurezza bis: ecco cosa prevede il testo e cosa non va

Focus

Le critiche al testo non arrivano solo dalle Ong ma anche da molti esperti giuristi

E’ in arrivo l’ultimo passaggio per il decreto legge sicurezza bis: domani il provvedimento voluto dal vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini dovrebbe incassare il via libera del Senato, dove dovrebbe essere posta anche la questione di fiducia.   

Il provvedimento si occupa prevalentemente di immigrazione e di manifestazioni pubbliche. E’ soprattutto sul primo tema che si è concentrata la comunicazione politica di Salvini, all’insegna di una “stretta” sulle operazioni di soccorso operate in mare dalle Ong, che a ben vedere risultano essere il bersaglio sostanziale del decreto.

Ma le critiche al testo non arrivano solo dalle Ong ma anche da molti esperti, giuristi, come anche l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani che con una lettera di dodici pagine il 18 maggio ha chiesto all’Italia di ritirare le direttive di marzo e aprile sul soccorso in mare.

PALETTI PER L’ACCESSO DELLE NAVI: il ministro dell’Interno “può limitare o vietare l’ingresso il transito o la sosta di navi nel mare territoriale” per motivi di sicurezza, quando si pensa che sia stato violato il testo unico sull’immigrazione e sia stato compiuto il reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

Questo articolo in particolare è stato criticato da diversi esperti perché pone una questione di conflitto di competenze tra ministero dell’interno, ministero dei trasporti e delle infrastrutture e ministero della giustizia. È competenza infatti del ministero dei trasporti e delle infrastrutture autorizzare l’entrata di una nave in un porto italiano, inoltre è compito delle procure e quindi del ministero della giustizia aprire un’indagine per un’ipotesi di reato di tipo penale come il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Inoltre il Servizio Studi Osservatorio della legislazione della Camera fa notare che la norma solleva un problema di rispetto di obblighi internazionali, citati nel testo, in quanto “andrebbe chiarito come trovi applicazione la disposizione in caso di mancata individuazione in termini univoci del “porto sicuro” di sbarco, anche a causa dell’esigenza di rispettare il principio di non respingimento (non refoulement)”. Una questione che, come vedremo, verrà sottolineata anche dagli esperti di diritto internazionale auditi alla Camera dei deputati.

MAXI-MULTE A ONG: la sanzione va da 150 mila euro fino a un milione per il comandante della nave “in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane”. Come sanzione aggiuntiva è previsto anche il sequestro della nave.

Nella prima versione del decreto, stoppata dal Quirinale per dubbi di costituzionalità, al primo punto del decreto erano stabilite le “sanzioni amministrative” (una multa da 10 a 50 mila euro) per chiunque prestasse “operazioni di soccorso in acque internazionali”. In poche parole una pietra tombale sul salvataggio di vite umane. Dopo  l’intervento del Quirinale quella norma è stata poi ammorbidita, limitando la multa (il cui importo rimane invariato), a chi viola il divieto di ingresso nelle acque italiane (cassando dunque il legame tra la sanzione e il trasporto di migranti).

Tra le tante voci critiche della società civile che si sono espresse pubblicamente sul decreto, da segnalare in particolare quella del Tavolo Asilo Nazionale, di cui fanno parte alcune delle principali organizzazioni impegnate nell’accoglienza, come le Acli, la Comunità di Sant’Egidio, il Cnca, il Centro Astalli, la Comunità Papa Giovanni XXIII e molte altre. Le associazioni del “Tavolo” , si legge nell’appello, sono “profondamente preoccupate per come il governo sta affrontando il tema dei diritti delle persone migranti, del loro salvataggio in mare, dell’accoglienza nei territori” e ritengono necessario ribadire che, “come previsto dalla nostra Costituzione, l’Italia debba promuovere politiche inclusive e di accoglienza, anziché contrastare chi salva vite umane”.

FONDI PER LA LOTTA AI CLANDESTINI: 500 mila euro per il 2019, un milione di euro per il 2020 e un milione e mezzo per il 2021 per il contrasto al reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per operazioni di polizia sotto copertura.

GESTIONE DELL’ORDINE PUBBLICO: spunta una nuova fattispecie delittuosa per sanzionare chi nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, utilizza – in modo da creare concreto pericolo a persone o cose – razzi, fuochi artificiali, petardi od oggetti simili, nonchè facendo ricorso a mazze, bastoni o altri oggetti contundenti o comunque atti ad offendere”. Sono previste aggravanti “qualora i reati siano commessi nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico”.  Patrizio Gonnella dell’Associazione Antigone ha sottolineato che “chi ha organizzato una manifestazione non autorizzata deve rispondere per il saccheggio e il danneggiamento compiuto da altri, venendo meno al principio secondo cui la responsabilità penale è personale” irrigidendo di fatto “il testo unico di polizia che risale agli anni trenta, di epoca mussoliniana. Non certo un testo lassista”, ha affermato.

FINO A 800 ASSUNZIONI per sicurezza: il ministero della Giustizia e’ autorizzato ad assumere, per il biennio 2019-2020, con contratto di lavoro a tempo determinato di durata annuale, un contingente massimo di ottocento unita’ di personale amministrativo non dirigenziale” e a stanziare “3.518.433 euro per il 2019 e 24.629.026 euro per il 2020”.

DASPO RAFFORZATO: nelle manifestazioni sportive è previsto il Daspo (divieto di accesso) per “coloro che siano denunciati per aver preso parte attiva a episodi di violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive, o che nelle medesime circostanze abbiano incitato, inneggiato o indotto alla violenza”; “coloro che risultino avere tenuto, anche all’estero, sia singolarmente che in gruppo, una condotta finalizzata alla partecipazione attiva a episodi di violenza, di minaccia o di intimidazione”; “coloro che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva, nel corso dei cinque anni precedenti”.

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