Sicurezza sul lavoro, cosa non funziona

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Dopo questi anni di riforme importanti che andassero anche in questa direzione, come la creazione dell’Ispettorato nazionale del lavoro e il nuovo Codice degli appalti, tocca domandarsi che cosa non stia funzionando

Non c’è equità in una crescita che si porta via la vita. Sono troppi gli incidenti sul lavoro che dall’inizio del 2018 hanno riempito le pagine di cronaca, eventi assurdi che non possono essere catalogati come fatalità. Non può rompersi il gancio che sostiene quintali di metallo bollente, non può spezzarsi la braga che lega una lastra d’acciaio in un porto. È un paradosso inaccettabile che in quest’epoca di tecnologie rivoluzionarie, così rapide nel rivoluzionare il rapporto e l’organizzazione del lavoro, non si possa arrivare ad impedire tutto questo. Eppure si tratta quasi sempre di tragedie evitabili. Le risposte sono sempre le stesse: investimenti materiali e immateriali, nei dispositivi di sicurezza e nella formazione dei lavoratori; controlli e ispezioni che arrivino prima degli incidenti.

Dopo questi anni di riforme importanti che andassero anche in questa direzione, come la creazione dell’Ispettorato nazionale del lavoro e il nuovo Codice degli appalti, tocca domandarsi che cosa non stia funzionando. Non ha una radice sola questo frutto amaro insinuato nelle pieghe della ripresa economica, ma il seme appare sempre lo stesso: è la volontà di voler risparmiare a scapito di chi lavora al livello più basso, di chi si trova a compiere operazioni pericolose in cui aver seguito un corso sulla sicurezza, avere un equipaggiamento adeguato o lavorare con mezzi di nuova generazione può fare la differenza.

Non è un caso, e i sindacati ce lo ricordano spesso, che tra gli incidenti di questi giorni molti siano stati di lavoratori di ditte in appalto o subappalto. Nel settore privato, l’uso spregiudicato degli appalti comporta la frammentazione delle procedure e soprattutto delle responsabilità. È tempo di aprire una discussione su questa modalità di lavoro, non solo da parte della politica per via legislativa ma anche da parte imprenditoriale nella quotidianità del fare impresa. Per anni, complice la crisi economica, la sicurezza sul lavoro è stata ritenuta un freno, una spesa infruttuosa nei bilanci aziendali, con buona pace della “responsabilità sociale” delle imprese. Oggi questa giustificazione non può essere tollerata. Non solo perché l’economia è tornata al segno più, ma soprattutto perché è sempre più evidente che inserire tecnologie, procedure e formazione per garantire la sicurezza sul lavoro significa fare innovazione e raggiungere nuovi traguardi di competitività ed efficienza. Serve un patto tra le forze del lavoro perché la sicurezza diventi una priorità condivisa, una priorità nazionale.

La politica certamente deve far sentire la propria voce perché anche lo Stato possa fare la sua parte. Servirà un impegno concreto in Parlamento affinché si possa incentivare l’innovazione tesa alla sicurezza anche con misure fiscali ad hoc, ma soprattutto perché si possano destinare risorse importanti agli ispettorati, per rendere efficace il loro lavoro e anche per aumentare il numero degli ispettori. Serve una riflessione sull’efficienza della macchina amministrativa ridisegnata dalle riforme degli ultimi anni, serve riuscire a garantire un ruolo di vigilanza dello Stato che arrivi prima della tragedia, e non dopo. Aldilà delle intenzioni del prossimo governo, il Partito Democratico dovrà essere a fianco dei lavoratori e di chi vigila sulla loro salute e sicurezza, perché si fermi questa scia di morti bianche, 260 da inizio 2018. Perché si fermi il prima possibile.

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