Il sindacato che serve all’Italia

Focus

Dalla postfazione del libro “L’autunno caldo” di Ada Becchi e Andrea Sangiovanni

Occorre un sindacato che non tira a campare e che non si barrica nel chiuso dei propri organismi, che sa che per non morire di autoreferenzialità bisogna aprire le finestre, fare entrare persone e idee, e accogliere entrambe senza la presunzione di spiegare a tutti come va il mondo, ma con la voglia di fare e di arricchire, e con l’ambizione di creare un nuovo e diffuso protagonismo sociale.

Oggi fare il sindacalista significa ascoltare, studiare, scegliere le priorità, accompagnate dalla capacità di fare proposte. Troppi sindacalisti vivono ancora, con la mente, nell’Italia in cui «hanno tutti ragione», altri non si sono neanche sforzati di capire dove va il lavoro e già pensano a nuove «categorie giuridiche» in cui incasellarlo.

Il sindacato di cui non si può fare a meno è un alleato che non difende l’esistente, ma spinge il paese a una svolta urgente in termini di produttività, competitività, ma anche di nuova sostenibilità sociale.

L’importante è non cullarsi nei rimpianti, non alimentare la cultura da bar della lagna, che nei social è diventata partito, e dei luoghi comuni che in Italia hanno già troppi campioni, e accettare invece la sfida del cambiamento anche quando farlo è faticoso.

Ma in prima battuta il sindacato dovrà poi essere fortemente competente sui temi dell’organizzazione del lavoro e sulla formazione continua, anche per conquistarsi un ruolo più propositivo nella gestione aziendale.

Gli interessanti studi del Max Planck Institute sul sistema duale dimostrano infatti che una «controparte» sindacale preparata, informata e coinvolta rende il management più attento non solo alla sostenibilità sociale delle azioni ma anche a quella industriale e finanziaria, oltre che il sindacato più responsabile e maturo. La partecipazione necessita di un sindacato all’altezza, serio, competente e rigoroso, ovvero quanto di più lontano ci sia dall’antagonismo cieco e allo stesso tempo dal servilismo aziendale. Le esperienze dimostrano che serve ancora di più la distinzione dei ruoli e delle parti, in funzione della loro rappresentanza; quello che cambia, appunto, è il terreno di confronto, la condivisione di alcuni obiettivi comuni come premessa. Anche il conflitto perimetrato nelle forme che non ridiscutano gli obiettivi comuni è utile alla partecipazione, la tiene viva.

Di conseguenza, la stessa contrattazione non può puntare solo a rivendicazioni economiche, ma deve riguardare anche aspetti più generali; la futura sostenibilità dell’azienda, per esempio. Le richieste potrebbero orientarsi inoltre a favorirne l’evoluzione verso una maggiore competitività privilegiando quelle che aumentino l’occupabilità e il merito. Non possiamo ignorare i problemi, come se riguardassero esclusivamente qualcun altro e sollevarli solo quando la crisi è irreparabile.

Il modello per cui gli interessi dei datori di lavoro e quelli dei dipendenti appaiono sempre contrapposti riguarda il secolo scorso. La crescita professionale dei lavoratori, la rotazione delle mansioni, il valore della meritocrazia, se servono a far crescere l’impresa, sono di interesse comune e giovano anche alla società e al territorio nel suo insieme. Gestire bene l’impresa significa anche lavorare per l’occupabilità dei propri dipendenti e quindi curarne continuamente la professionalità, nel proprio e nel loro interesse. La scuola deve favorire questo salto culturale, diffondere cultura di partecipazione, di nuovo civismo, di progettualità e di iniziativa, sia nei licei che nelle università.

Bisogna uscire dal ricatto del breve termine, avere una visione integrale e radicale del cambiamento e ragionare dentro un progetto comune su come affrontare le sfide che abbiamo davanti. viene agitato lo spettro di una devastante ondata di disoccupazione, che può essere arginata solo attraverso interventi che prevedano investimenti in tecnologia e in formazione. La forza disruptive delle nuove tecnologie cancella le vecchie mansioni, ma in un intervallo di tempo variabile ne genera di nuove.

I mutamenti del lavoro sollecitano il cambiamento sostanziale del sindacato, che dovrà rappresentare una platea che andrà dall’operaio al lavoratore co-progettista, co-decisore. Alla luce di queste trasformazioni l’operaio è posto al centro della fabbrica intelligente, diventando una sorta di blue collar «aumentato», digitalizzato, non più il pezzo di una catena di montaggio, ma un operaioinformatico a cui saranno richieste sempre più approfondite competenze tecnologiche e in materia di intelligenza artificiale e che sempre più, almeno nei gruppi internazionali, dovrà possedere una conoscenza di base della lingua inglese. Il livello d’istruzione «normale» del blue collar 4.0 è quello secondario superiore, soglia ritenuta indispensabile in molti settori e impianti, «intelligenti» o meno. Nella «fabbrica intelligente» agli operai si chiede una «partecipazione consapevole» al processo produttivo, del quale devono conoscere la logica di fondo: insieme alle tecnologie e alla nuova organizzazione, la persona diventa fattore abilitante dell’ecosistema 4.0.

Il sindacato degli anni sessanta aveva saputo analizzare, capire e ascoltare l’operaio fordista di terzo livello della grande fabbrica nonché le tecnologie e le organizzazioni del lavoro tipiche dell’organizzazione scientifica del lavoro. Oggi la parola «impiegato» non descrive più nulla, chi lavora in uno staff ha poco a che vedere con un impiegato di produzione. E l’operaio a cui viene richiesto un maggiore ingaggio cognitivo non c’entra nulla con l’operaio fordista. Tutte le elaborazioni sul «controllo» e l’«alienazione» hanno ben altra declinazione.

Ecco perché serve un sindacato moderno. La smart factory necessita di uno smart union. un sindacato «intelligente», appunto, che studia, propone e orienta… e non annega nelle chiacchiere. Serve, al più presto, un sindacato smart, fatto di sindacalisti competenti e preparati ad ogni livello, che non ragionino allo stesso modo in un’azienda che fa acciaio o in una che fa aerei. In una di 12 dipendenti come all’Ilva di Taranto. Il sindacalismo taylor made, su misura, è quello di prossimità, che crede nel decentramento contrattuale, nella capacità di protagonismo dal basso, laddove solo si realizza la democrazia sostanziale.

Nella quarta rivoluzione, infatti, formazione e competenze rappresentano il «diritto al futuro». È evidente che l’azione sindacale non deve tentare di impedire o ignorare lo sviluppo tecnologico; è fondamentale piuttosto investire massicciamente in formazione, attribuendo maggiore importanza alle soft skills. La parola chiave deve essere «adattabilità», concetto spesso confuso con quello di «precarietà». È vero il contrario: la filiera delle competenze si amplia e deve sapersi evolvere alla stessa velocità con cui si sviluppano le tecnologie. come metalmeccanici abbiamo dato un importante contributo in questo senso, inserendo il diritto soggettivo alla formazione nel nostro contratto: otto ore sono ancora poche, ma abbiamo aperto un varco culturale e di metodo, perché è proprio su questo fronte che si giocherà la partita del lavoro futuro.

Purtroppo siamo ancora lontani rispetto agli standard europei: l’Italia spende in formazione l’1% in meno della media ue8 e la metà della Germania. La verità è che andrebbero fatti investimenti massicci che intervengano anche sul sistema scolastico, che deve essere di tipo duale.

Per restare fedeli allo spirito di quella primavera sindacale degli anni sessanta, dobbiamo essere un sindacato «orgogliosamente condannato a pensare», come diceva vittorio Foa. Perché è solo studiando e prevedendo il futuro che si comprendono i problemi del presente, condizione necessaria per individuare soluzioni possibili e concrete.

Abitare il lavoro: serve una nuova cultura di liberazione nel lavoro, serve una nuova capacità di accogliere, promuovere, proteggere e integrare le diversità, la complessità dei nuovi scenari del lavoro e delle produzioni. Ecco, lo spirito di svolta degli anni sessanta sarebbe utilissimo ad affrontare queste formidabili sfide.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli