Il sindaco che voleva ‘scassare’ tutto: missione compiuta

Focus

Le vicende della terza città d’Italia, la capitale del Mezzogiorno nella quale vivono un milione di abitanti, non possono più essere derubricate a folclore

Tanto tuonò che non piovve: è così che si potrebbe adattare il famoso proverbio alla Napoli governata da Luigi de Magistris. Eh sì, perché chi non ricorda o’ sindaco che nel 2011, fresco di vittoria e con la testa ancora fasciata dalla bandana arancione, prometteva una rivoluzione a suon di ‘scassiamo tutto’? E invece dopo 6 anni e una rielezione a furor di popolo, fatti e numeri raccontano di una Napoli certamente scassata, ma in ben altro senso, con un bilancio in grave dissesto e sotto la lente di ingrandimento della Corte dei Conti, le tasse locali più alte d’Italia, la raccolta differenziata al palo dopo le promesse mirabolanti delle prime ore, e i servizi essenziali per i cittadini sempre più carenti, dai trasporti, ai servizi ai disabili, agli asili nido.

Certo di Napoli si parla forse meno di quanto si dovrebbe, e i media, presi da casi senza dubbio più “gustosi” come il disastro di Virginia Raggi a Roma, continuano a dare della città la solita immagine da cartolina. Un combinato disposto, quello tra l’atteggiamento da novello Masaniello del sindaco e lo sguardo paternalistico dei media, che in questi anni ha condannato Napoli a un isolamento pericoloso per tutti. Ma se questa può essere una scelta rassicurante per i più, frutto anche degli stereotipi che da sempre accompagnano la città della pizza e del mandolino, resta il fatto che le vicende della terza città d’Italia, la capitale del Mezzogiorno nella quale vivono un milione di abitanti, non possono più essere derubricate a folclore.

Del resto lo si è sempre detto: dallo sviluppo di una delle città più importanti del Mediterraneo dipende non solo il destino di chi ci vive, ma anche la crescita dell’intero Paese che, adesso che ha ripreso a camminare, potrà riuscire a correre solo se non avrà più zavorre e carichi pesanti a fare da freno. Per questo è importante, oggi, non solo fare bilanci e tirare somme ma anche e soprattutto far emergere, finalmente, i fatti e le cifre di un fallimento. E sono numeri, quelli che presentiamo, che parlano di una città lasciata a se stessa, preda delle idee da grandeur del suo sindaco, convinto che per cavarsela basti fare meno rumore possibile e farsi notare solo quando c’è da fare un po’ di avanspettacolo, come nel caso del progetto del corno gigante sul lungomare, poi bocciato dalla sovrintendenza.

 

Certo la situazione storicamente difficile di una città come Napoli non può essere lasciata solo sulle spalle dell’amministrazione locale, ed è per questo che in questi anni i governi di centrosinistra, al contrario di quanto ha provato a fare la narrazione del ‘governo nemico’ del sindaco, hanno provato a far arrivare alla città le risorse necessarie a farla uscire dalle secche, con progetti e finanziamenti.
Le cifre parlano di circa un miliardo e mezzo erogato tra il 2013 e il 2015; ma se queste risorse da un lato hanno rappresentato una boccata d’ossigeno per le piccole e medie imprese, dall’altro sono state lo specchio dell’ennesima occasione mancata da parte di un’amministrazione che non ha saputo utilizzarle per soluzioni strutturali.

Adesso è il momento, per la politica responsabile, di riprendere Napoli per mano e riportarla finalmente nel posto che le spetta (e non solo dal punto di vista calcistico…).

In questo senso la scelta del Pd di tenere sotto il Vesuvio l’assemblea programmatica di fine ottobre è già di per di per sé una dichiarazione di intenti. La storia ci ha insegnato che Napoli è una città capace di gravi cadute ma anche di eccezionali slanci, e adesso, per il bene di tutti, è il momento di tornare a risalire.

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