Non ricominciamo sempre da capo

Focus

Se i dirigenti del Pd sapranno discutere seriamente dei loro successi e dei loro fallimenti, la riscossa potrebbe essere dietro l’angolo

La tragedia del dibattito politico italiano è che conosce solo due categorie di protagonisti: il traditore e il servo. Per questo è impossibile discutere razionalmente di una sconfitta (come, a ben vedere, di qualsiasi altra cosa). Voglio dire: se all’interno di un partito chi appoggia il segretario è un servo e chi lo critica è un traditore, quale dibattito potrà mai svilupparsi? È ovvio che ciascuno resterà sulle posizioni che aveva prima. Vale a dire prima della sconfitta, ma anche prima delle precedenti vittorie, sicché non c’è modo di capire né cosa abbia funzionato prima né cosa sia andato storto dopo.

E questo ci porta alla prima critica che è giusto muovere, secondo me, a Matteo Renzi e all’attuale gruppo dirigente, che ha la responsabilità di non avere saputo contrastare una simile lettura caricaturale della politica e del Pd, costruendo una dialettica più sana e costruttiva, all’interno del partito e anche nella sua relazione con l’esterno (le due cose sono ovviamente legate: perché come discuti le scelte e costruisci il consenso dentro un’organizzazione influisce su come quella stessa organizzazione e i suoi singoli dirigenti fanno, o non fanno, lo stesso all’esterno).

Detta in altro modo, il Pd avrebbe dovuto fare lo sforzo di crearsi migliori nemici. Non nel senso di inventarsi avversari di comodo, ma di sapere guardare, nella scelta dei propri alleati e dei propri interlocutori, nel modo di confrontarsi con avversari, giornalisti e autorità terze, all’effetto sistemico della propria iniziativa. La logica dello scontro frontale e della militarizzazione del proprio campo produce infatti due effetti collaterali: attira dalla propria parte gente buona solo a menare le mani, ma soprattutto induce e legittima un processo analogo nel fronte opposto.

Dopo essere arrivato alla guida del governo e aver preso il 40 per cento alle europee, Renzi avrebbe dovuto uscire da questa spirale, da questo continuo gioco al rialzo che ha finito per rendere assai più facile coalizzare contro di lui buona parte del paese. Dico che lo ha reso più facile, non che ne sia stato la causa, perché penso che nulla di tutto questo avrebbe assunto il peso decisivo che ha avuto se non si fosse combinato con la madre di tutte le battaglie, quella per la revisione del sistema istituzionale ed elettorale. I due elementi insieme – sommati alla rottura con Silvio Berlusconi, che ha definitivamente trasformato la campagna in uno scontro Renzi-Resto del mondo – hanno dato l’impressione che il segretario del Pd volesse e potesse davvero fare cappotto.

Qui sta il punto. Perché una simile conclusione dell’interminabile transizione istituzionale gli italiani (gli elettori, i partiti, l’establishment) non l’hanno mai consentita. Nonostante le mille forzature compiute dall’introduzione del sistema maggioritario in poi verso una sorta di “presidenzialismo di fatto”, a nessuno è stato consentito di chiudere il cerchio a suo favore, nemmeno a Berlusconi. Lo sbocco gollista alla crisi della Seconda Repubblica è stato sempre respinto.

Intendiamoci, ho votato sì al referendum e continuo a credere che se avesse vinto il sì ora l’Italia sarebbe in ben altre acque. Così come resto convinto che il 40 per cento delle europee fosse figlio della capacità di Renzi di far uscire il Pd dall’eterno dibattito autoreferenziale e bizantino, per giocarsi la partita vera alla guida del paese, rompendo alcuni tabù dell’azione di governo, anche e soprattutto di centrosinistra: dagli 80 euro al rapporto con l’Europa (con tutto quel che ne consegue). Ero e resto invece critico dell’Italicum e di tutte le leggi elettorali che dovrebbero darci la “certezza di un vincitore”.

Ma al di là delle mie opinioni personali, penso che a determinare la sconfitta sia stato l’insieme degli elementi che ho cercato di descrivere all’inizio, e credo che in quello stesso impasto di limiti oggettivi e soggettivi, politici e culturali, stia anche la ragione per cui, dopo la sconfitta referendaria, il Pd non ha ottenuto le elezioni anticipate, lasciandosi dividere e irridere in nome del fondamentale G8 di Taormina e di tutto il grottesco elenco di pretesti per non andare a votare che ci hanno portati alla bella situazione attuale.

L’esito del voto sancisce oggi l’irrilevanza di tutto ciò che in questi anni si è mosso alla sinistra del Pd, ma anche di tutta la retorica e l’aritmetica del centrosinistra e delle coalizioni (dei collegi e dei candidati, dello spirito unitario e dell’unità spirituale) infine accettate dallo stesso Renzi. I risultati dicono che il mini-centrosinistra formato dal Pd con la lista Bonino-Tabacci, con il mini-asinello di Santagata e il mini-centro di Lorenzin è di fatto una caricatura della coalizione bersaniana con Sel e Centro democratico, che era già, a sua volta, una riedizione miniaturizzata e anacronistica del centrosinistra di Prodi.

Se la grande lezione che il Pd trae dalla sconfitta è di ricominciare per la quarta o la quarantesima volta dall’ennesimo giro di assemblee e comitati centrali unitari per dar vita alla centesima caricatura di coalizione, svuotando definitivamente di ogni senso e funzione il Pd e la sua leadership (chiunque ne occupi il posto), secondo me, dal 18 si va dritti all’8 per cento. Se invece i suoi dirigenti sapranno discutere seriamente dei loro successi e dei loro fallimenti, la stessa storia raccontata fin qui dimostra che non c’è motivo di abbattersi, e che la riscossa potrebbe essere dietro l’angolo. A condizione di non ostinarsi a ripetere sempre gli stessi errori.

Detto tutto questo, dopo una così pesante sconfitta, è giusto che chi ha guidato l’esercito si assuma la responsabilità dell’accaduto, accettando pure che chi proponeva altre strategie salga sul banco della pubblica accusa e faccia sapere al mondo che lui lo aveva detto prima. È un diritto che spetta a tutti, meno che a chi, per dimostrare quanto avesse ragione, nel bel mezzo della guerra ha preso il fucile per unirsi agli eserciti avversari. Ed è riuscito a perdere lo stesso.

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