Sinistra, che fare? Lampi di cultura politica di Mario Tronti

Focus

La complessità della situazione in un libro-intervista del grande teorico curata da Andrea Bianchi

È in libreria “Il popolo perduto”, libro-intervista del filosofo marxista e già parlamentare Mario Tronti curato dal giornalista Andrea Bianchi (ed. Nutrimenti). Eccone un ampio stralcio.

Il dramma almeno per me politicamente insopportabile è una sinistra di benestanti e una destra di nullatenenti. Tornerò su questo perché l’autoreferenzialità del ceto politico, di governo e di amministrazione viene percepita attraverso questa immagine. La radice dell’antipolitica di massa sta qui. E si esprime in questi due modi contrastanti e insieme complementari: l’astensionismo elettorale e la mobilitazione di piazza, reale o virtuale che sia. Ambedue forme di passività politica, fenomeno di passivizzazione popolare, perché protesta solo individuale che non fa presenza collettiva, non fa né società né comunità. È l’altra faccia del verbo liberista: ce la devi fare da solo, con le tue capacità e i tuoi meriti, e se non ce la fai, come i più non ce la fanno, devi rivendicare da solo, devi protestare da solo, da solo esprimere tutta la tua rabbia. L’uno vale uno grillino dice la stessa cosa: stai solo, nel tuo web, fuori, contro tutti. Occorre smascherare questo inganno. Come? Riprendendosi l’iniziativa, organizzando una grande campagna di riorientamento politico. La riforma più necessaria e più urgente, che non vedo però all’ordine del giorno, è la riforma dei soggetti collettivi, di lotta e di consenso, di rappresentazione e di azione, sindacati e partiti, con intorno nuove forme solidaristiche di movimento e di cooperazione, di mutuo soccorso sociale e di pratiche politi- che di base. La rilegittimazione della politica passa attraverso la restaurazione di un rapporto di fiducia tra il basso e l’alto, tra popolo ed élite. Un’impresa ardua allo stato delle cose, ma l’unica forse in grado di riaprire un processo rigenerativo, direi redentivo, dello spirito pubblico ora in agonia. Perché abbia successo non c’è che riposizionare le due gambe, del conflitto e della mediazione. È un’operazione che non può che partire dall’alto. La mia idea è che il basso del sociale e del politico, cioè i lavoratori e i cittadini, devono essere il punto di riferimento, non possono essere il punto dell’iniziativa. L’antipolitica non si combatte con la democrazia immediata, perché oggi la democrazia immediata è diventata un’espressione dell’antipolitica. L’antipolitica si batte rifondando, in istituti nuovi, la democrazia organizzata. E se per le istituzioni sono necessarie le riforme, è una rivoluzione quella necessaria per i soggetti sociali e politici. Ma senza un rivolgimento nella cultura politica dell’attuale sinistra, tutta intera, nulla avverrà.

Di conseguenza, un partito strutturato di sinistra per ridare rappresentanza a pezzi di società deve rovesciare il rapporto tra interesse generale e interesse di parte? Aggiungo che mi sembra un’impresa difficile, molto difficile, per classi dirigenti che si sono immolate sull’altare del (presunto?) interesse generale. Ultimi esempi in ordine cronologico: l’appoggio al governo Monti (2011), l’opposizione al governo giallo-verde- nero (2018) dove la sinistra viene purtroppo percepita, anche se così non è, come la quinta colonna di una qualche Spectre europea…

Sì, è venuto il momento di rimettere finalmente in discussione il pur difficile rapporto tra interesse di parte e interesse generale. Gramsci pronunciava la bellissima preveggente frase: “Voi porterete il paese alla rovina e allora toccherà a noi comunisti di salvare il nostro paese”. Ma la pronunciava davanti al Tribunale speciale del fascismo. Non la si può ripetere con un tweet davanti al ridicolo contratto di governo 5Stelle-Lega. Ai milioni di persone sofferenti, disagiate, abbandonate e giustamente arrabbiate che hanno voltato le spalle alla sinistra, non puoi andare a ripetere, come ho sentito ripetere, la massima aurea: prima il paese poi il partito. Quelle persone hanno bisogno, ripeto, hanno bisogno, di un partito che si faccia carico di quella loro quotidiana condizione, per cambiarla dalle fondamenta e lo chiedono muti e soli, disperati e incattiviti. Si veda a riprova l’ultimo impressionante Rapporto Censis. Per saper ascoltare quelle voci ci vuole una coscienza che vi corrisponda dal di dentro di sé. Io avevo imparato fin da ragazzo, proprio alla scuola comuni- sta, che solo facendo l’interesse di quel partito si faceva l’interesse generale, in quanto interesse popolare, della grande maggioranza della popolazione. Lo so, viviamo tutti in un mondo altro da quello. Ma di un ‘che fare?’ c’è sempre di nuovo la necessità. Oggi bisognerebbe riscriverlo collegialmente. Non basta un congresso di partito. Tanto meno basta il rito laico delle primarie. Ci vorrebbe una vasta consultazione di popolo: per capire bene che cosa è successo dentro quel mondo, dove è successo qualcosa che non abbiamo capito. E poi, insieme, essenziale, su quella base un rovesciamento di mentalità politica dell’attuale sinistra. Sono questi i due temi che adesso dobbiamo affrontare. Sono molto legati fra loro. La mentalità culturale democratico-progressista non ha più capito il popolo. E il ceto politico imbevuto di quella cultura non è più venuto da lì e non è più andato lì. Perché quella cultura non è di popolo, è di élite. E le due sinistre, quella cosiddetta moderata e quella cosiddetta radicale, che si differenziano magari sul terreno sociale o sul terreno istituzionale come è violentemente e inutilmente accaduto di recente, sono invece accomunate dalla stessa cultura che poi è appunto una stessa mentalità. E questo è il motivo per cui la politica e l’organizzazione della sinistra-sinistra non riescono a recuperare il consenso che perdono le politiche di centro- sinistra. Né l’una né l’altra vengono riconosciute come partiti di popolo. A ogni elezione, di qualunque tipo esse siano, le due posizioni vanno puntualmente incontro allo stesso desti- no. Ormai da anni. Ogni volta si registra, si costata, si ripete che il centro-città vota a sinistra, le periferie votano a destra. E se ne parla, sì, ma quasi fosse un problema come un altro. E invece è il problema dei problemi. È il punto di catastrofe di un intero agire politico. Se è così, e ormai normalmente è così, non si è sbagliato qualcosa, si è sbagliato quasi tutto. Non voglio metterla sul sentimentale: tutto il discorso fatto fin qui non va certo in questa direzione. Ma devo confessare un disagio che sa di quella cosa complicata che è la propria esistenza nel mondo, in questo tipo di mondo. Non mi va di trovarmi dalla stessa parte dei benestanti, mentre i nullatenenti stanno dall’altra parte. Non me la sento di stare con quelli che alle nove di sera entrano all’Auditorium contro quelli che alle sei di mattina escono di casa. È esattamente questo che, per riprendere un’espressione a me molto cara, ‘non si può accettare’, non oltre, non più a lungo di così.

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